Paolo De Cristofaro - Natalina Ferrante
Vissuti di anoressia


per genitori, insegnanti, operatori sanitari
e per chi vuole saperne di più


Edizioni Tracce, 2009
Saggistica
Collana Synthesis

pp. 132
€ 12,00
ISBN 9788874335596
Dimensioni cm. 21x14,5

 


In copertina e in quarta: opere di Simona Braca.
Le immagini all'interno: opere di Carmen Di Odoardo








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Dalla prefazione

Vissuti di anoressia è un album di testimonianze di vita accanto all’anoressia per condurre il lettore alla comprensione del linguaggio anoressico, così come abbiamo fatto noi, in questi anni, con la nostra equipe del Centro Regionale di Fisiopatologia della Nutrizione del Presidio di Giulianova della ASL di Teramo.
L’anoressia mentale non è una condizione rara, secondo i dati epidemiologici nazionali e internazionali, riguarda circa l’1% della popolazione tra i 10 e i 25 anni con un rapporto femmine/maschi di 9:1, ma soprattutto è una malattia grave che porta a morte il 10 % della nostra migliore gioventù, a dieci anni dall’esordio della malattia, e il 20% dopo venti anni.
…Ed è solo la punta dell’iceberg di un continuum di patologie alimentari che vanno dall’anoressia mentale all’obesità mostruosa che costituiscono la “peste” del III millennio.
Le malattie del III millennio hanno bisogno di una bonifica dell’ambiente umano che ristabilisca la priorità di alcuni valori umani irrinunciabili, rispetto all’imbarbarimento delle società post industriali, e un approccio umanistico pluridimensionale che ristabilisca un sistema immunitario psichico che torni a far esprimere la cosiddetta “rabbia costruttiva” che è determinante per ristabilire l’efficacia del sé, altrimenti testimoniata dal “sintomo” che nel nostro caso è alimentare.
La metodologia che riportiamo nei “Vissuti di anoressia” per l’accoglienza, l’ascolto del sintomo e l’approccio psicoterapico a mediazione corporea, porta, secondo la nostra esperienza a rileggere in chiave critica i criteri diagnostici riportati sul Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM - IV).
Questi criteri, utili da un punto di vista classificativo, si rendono spesso responsabili di una sottovalutazione del “sintomo anoressico” e sottendono una connotazione psichiatrica che può risultare di ostacolo ad una presa in carico del paziente in fase precoce.
Secondo ciò che abitualmente vediamo l’esistenza di casi con comorbilità psichiatrica deve solo far riflettere sull’importanza di garantire approcci pluridimensionali e non invasivi, che sappiano ascoltare e contenere il sintomo, senza aggredirlo e rischiare di fortificarlo.
È come se, in mancanza di una sufficiente maturazione psichica, si abbia bisogno di una incubatrice che protegga temporaneamente questa fragilità.
Oltre all’incubatrice, a volte c’è bisogno della presenza di una “base sicura”, di figure di riferimento efficaci, in mancanza delle quali ci si ripara dietro il “sintomo”, che così sostituisce la base sicura e diventa l’essenza della persona: se non ho l’anoressia non ho nulla e non sono nulla.
Ecco perchè qualsiasi tecnica volta a combattere il sintomo è destinata al fallimento o a rinforzare il sintomo stesso fino al delirio.
Ecco perchè qualsiasi costrizione, qualsiasi contratto è destinato ad essere inefficace.
Il nervo vivo dell’anoressica è la lotta interiore tra il vivere “da adattata” o il vivere “da centrata su se stessa”.
Ecco perchè anche “le psicologie dell’adattamento”, come le chiama Galimberti, spesso non riescono a cogliere il bisogno di autenticità del sintomo anoressico, ma inducono solo alla correzione delle proprie dissonanze cognitive in funzione della cultura del consenso e della omologazione.
Dal momento della nostra istituzione abbiamo sviluppato un modello di accoglienza dell’anoressia, ma anche di tutta la patologia alimentare nel suo complesso, multidisciplinare e multidimensionale di tipo esclusivamente ambulatoriale, idoneo ad accogliere e a contenere il sintomo, senza porre limiti temporali al trattamento riabilitativo e senza interrompere la continuità assistenziale.
Perché non accogliere il sintomo prima che questo diventi l’espressione prevalente e caratterizzante dell’esistere? Perché non vedere nell’anoressia un sintomo temporaneamente utile a ridefinire l’io e il proprio percorso di vita e, in qualche modo, indispensabile per “mettere i paletti” e per evitare il distacco, la dissociazione, la follia?
L’anoressia è un sintomo opaco, criptico, mimetico, è sovente l’affermazione di un potere intrinseco che non ha potuto svilupparsi e affermarsi e che trova la sua espressività nell’interessarsi e nel prendersi cura degli altri, come gli dei della mitologia che prendevano parte alle vicende dei loro eroi, ma sorridevano con distacco della loro fragilità e debolezza.
La terapia per essere efficace deve superare le barriere della superficialità e del tecnicismo, bisogna saper leggere e interpretare il desiderio di vita di ciascuna persona che è unico e irripetibile.
In realtà, sono stati priviligiati, fino ad oggi, percorsi riabilitativi in strutture protette che sono indispensabili, all’interno di una rete strutturata di servizi in cui sia dato maggior spazio alla componente ambulatoriale, ma che non possono costituire, proprio per il limite temporale della loro modalità assistenziale, l’unica risposta sanitaria al problema.
Come scrisse Schopenhauer, ogni questione perchè venga riconosciuta deve passare attraverso tre fasi: nella prima viene derisa, nella seconda osteggiata, nella terza viene data per scontata. data la precarieta’ quotidiana con cui portiamo avanti il nostro lavoro, forse siamo ancora nella seconda fase..., ma non ci vorrà ancora molto per capire che l’anoressia, al pari di tutta la patologia alimentare emergente, abbisogna di basi sicure anche per la terapia.
Il compito di questo libro è quello di farne comprendere il linguaggio, per dare maggiore efficacia alla prevenzione e alla identificazione precoce del disagio, ma anche perché senza comprensione del linguaggio la risposta o non c’è, o non è appropriata...


Paolo De Cristofaro