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Dall'introduzione di Mario Luzi:
È impossibile attribuire a un essere distinto la voce che parla, loda, alloquisce, descrive, esalta, colorisce nella foresta nella
quale tutta la vita vegetale, animale, elementare si accende della sua compresenza e sacralità.
Ogni presenza è testimone del suo permanere e del suo tramutare e trasformarsi nelle ore e nelle vicende della luce - e da ogni
dove si leva la parola e il suo commento (alberi, fiori, animali, voci di uccelli, frutti, luoghi, rumori, ondeggiamenti d’acqua,
fruscii di vento). La vitalità ininterrotta e simultanea di tutta la foresta parla a se stessa da ogni sua creatura - il linguaggio
è al di là dell’umano e questo è testato e significato dalla sensibilità tesa, dalla sapienza duttile di Márcia Theóphilo
che ha concertato questo poema prevalentemente arboreo. E la stessa durata del corposo poema è in questo caso un tributo alla
illimitatezza e alla perennità dello scenario e del tema della foresta amazzonica.
Eppure questa celebrazione del mondo integro e primario nella fantasia dei suoi stessi abitanti è un mitico canto di memoria
viva al cospetto della sua perdita e della sua progressiva rovina.
La poetessa che ha ordito sull’emozione immanente della forza e della esuberanza la sua tela costante e variabile allo
stesso tempo è anche una spettatrice impietosa del deperire di quell’universo ad opera della speculazione spregiudicata e delle
conseguenze nefaste della “civiltà” moderna che ha coinvolto anche quelle regioni.
Márcia Theóphilo ha agito su due fronti con pari generosità: quello della antropologia che ha pratica in studi delle parole
indias e in analisi del fenomeno, catastrofico per le popolazioni indigene, e quello poetico del grande canto su una realtà
umana e un ordine naturale distrutti e, ahimè, prossimi a essere cancellati. Questo pathos lo aveva già fatto sentire in due cospicui
volumi, Io canto l’Amazzonia e I bambini giaguaro. Una vasta polifonia possiamo chiamare questo poema Kupahúba, in cui la gamma delle tonalità liriche già apprezzate, della
Theóphilo si spiegano e si rispondono. La traduzione in italiano della stessa Theóphilo fa pensare piuttosto a un testo dal doppio
versante. E non è un piccolo pregio, dal momento che l’autrice si inserisce bene nel sistema ritmico e timbrico dell’italiano non
sacrificando minimamente, a mio parere, il ritmo e il suono dell’originale portoghese del Brasile.
Márcia Theóphilo è nata a Fortaleza, in Brasile. Ha studiato in Brasile
e in Italia dove si è dottorata in antropologia.
Tutta la sua opera si inspira alla foresta amazzonica, ai suoi popoli, ai suoi miti, ai suoi alberi
ed animali e all’impegno di salvare il patrimonio naturale e culturale della foresta alla denuncia della sua distruzione.
Nel 1972 la poestessa lascia il Brasile, e nello stesso anno conosce a Roma
il poeta brasiliano Murilo Mendes che le presenta il critico letterario
Ruggero Jacobbi e il poeta spagnolo in esilio Rafael Alberti, con cui
stabilisce un importante rapporto di lavoro e amicizia.
Dal 2009 è Membro Onorario dell’Accademia Mondiale della Poesia.
Márcia Theóphilo fa parte della lista di candidatura al Premio Nobel.
Recensione di Daniela Quieti
Foto della presentazione in occasione della XVI Rassegna dell'Editoria Abruzzese
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leggi il comunicato stampa del Premio di Poesia LericiPea 2011, vinto dalla poetessa brasiliana
Premio Lerici Pea: Márcia Theóphilo vince per l'Opera Poetica 2011
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