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Simone Di Tola
Canti ribelli

Edizioni Tracce, 2014
Poesia collana "Anamorfosi"
Prefazione di Francesca Prattichizzo
pp. 120 - € 12,00
ISBN 978-88-7433-992-1
Dimensioni cm. 21x14,5





In copertina: foto dell'Autore


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Dalla prefazione:

La lotta per la verità, per la giustizia socio-politica e contro il razzismo mondiale assumono toni aspri in questo connubio di poesia e prosa di Simone Di Tola. Da una narrazione feroce e impietosa trasuda il bisogno interiore dell'autore di denunciare lo stato di un Paese – l’Africa - tormentato da povertà, miseria e indifferenza, quasi come un'intima ragione di vita che esplode in una scrittura libera e apparentemente senza regole stilistiche precise, ma che si materializza in un pianto atavico, simbolo di una dignità umana che non vuole morire.
Lo stile irruento con cui espone questa critica si contrappone ad un più pacato movimento di accettazione della vita e di tutti i suoi valori che, nei luoghi dimenticati dall’Occidente, sembrano mostrarsi con più evidenza. Ecco che i versi diventano più dolci, le linee poetiche meno spezzate e l’armonia sembra ripristinare un equilibrio che si temeva perduto. Il senso di vuoto lascia spazio alla speranza che vive negli occhi dei bambini, nella gentilezza delle persone che hanno ormai accettato la povertà e ne accolgono ciò che di positivo vi si trova. È lo scorrere lento del tempo che riporta alla mente la vita semplice degli anni passati, in cui la ricchezza non era indice di felicità, il sorriso era stampato sui volti anche nei luoghi meno dignitosi e l’Occidente non era ancora mercato di benessere.
Vi è quindi una continua altalena di sensazioni mai risolte, mai definitive, che richiamano di seguito il loro contrario: la lotta e la pace, la ricchezza e i piedi scalzi dei bambini, lo Stato e gli affetti familiari, la politica e la guerra, i soprusi e la generosità incondizionata. L’autore talvolta si arrende a questa irresolutezza, avvertendo il peso di qualcosa che non può trovare appianamento e avverte allora un’intima appartenenza a questo mondo permeato di valori, ricordi e pathos di un paese che risponde al tormento con il sorriso, alla tristezza con il coraggio.


L’Ora dei Vigliacchi
20 aprile 2014 alle ore 20.16

Un silenzio assordante,
roboante, in attesa
dell’ululato straziante
dei cani e il grugnire
soffocato dei porci
nella tavola imbandita
del Parlamento.
Un dolore tra il
blu del fegato
e il basso ventre
come un meraviglioso
pugno.
Pupazzi che si
illudono tra
il brindisi di una
Pasqua e frammenti
di follia ipocrita
nei fenomeni da
baraccone mentre si
dimenano per
l’orgasmo di una
festa.
Lì, tutti insieme
visibilmente grassi
mentre le loro menti
putrefatte dimenticano
le bombe “festose”
al fosforo bianco
Canti ribelli
della città assediata di
Gaza, morente senza
acqua e senza viveri,
in un genocidio
legalizzato.
Dimenticare
nell’autentico
giorno della memoria
dove il Cristo
morente
perdonava ai nuovi
mercanti del mondo
la ruberia delle sue
vesti e delle sue carni
come fanno i piccoli
agnelli sacrificati
dal “boia macellaro”
con la benedizione
di banche e multinazionali
della guerra.
Io, intanto scrivo
per ricordare
e a farmi male
e a perdonare
mentre sorrido
a mia figlia Francesca
e gli dico che Don Chisciotte
esiste e che l’amore
è rivoluzionario e che
resistere
vuol dire amare
mentre si consuma
anche oggi come
ieri la nenia rumorosa
di un carillon rotto
nell’ora vergognosa
dei vigliacchi.