I POETI ITALIANI PER L'ABRUZZO E L'AQUILA

LUOGHI D'ARTE E CULTURA
La parola che ricostruisce



Le Edizioni Tracce hanno organizzato, in collaborazione con l'Associazione Poeti Abruzzesi (da un'idea di Anna Maria Giancarli e Nicoletta Di Gregorio), un movimento umanitario di adesione, da parte dei poeti italiani, all'Abruzzo terremotato.
Le ultime drammatiche vicissitudini che hanno colpito l'intero Abruzzo e in particolar modo la città dell'Aquila, distrutta nei monumenti più belli e storici dal terremoto, hanno scosso le coscienze degli Abruzzesi e degli italiani tutti per le vite perdute sotto le macerie. Nella memoria collettiva si è aperta una profonda ferita ma il popolo dei poeti sente una viva energia che li spinge a non arrendersi agli eventi naturali e all'incuria degli uomini, attraverso la poesia e la creatività.
Il movimento umanitario intitolato I poeti italiani per l'Abruzzo e L'Aquila Luoghi d'Arte e Cultura - La Parola che ricostruisce, crede che la forte voce dei poeti debba unirsi nel promuovere idealmente la ricostruzione dell'Abruzzo e in particolar modo dell'Aquila: vuole che la città e il territorio rivivano nella loro memoria storica e artistica e nei loro importanti monumenti conosciuti e apprezzati in tutto il mondo, in modo da non dimenticare, quando i riflettori si saranno spenti, l'importanza della ricostruzione storico - artistica.
Molti tra i maggiori poeti italiani, che ringraziamo di cuore, hanno aderito all'iniziativa inviando alcune poesie che sono di seguito riportate.
Si sono svolte già due letture di poesie il 29 aprile alla tendopoli del campo sportivo di Paganica e il 30 aprile presso la tendopoli di Piazza D'Armi a L'Aquila.
(Troverà indicazioni sulle manifestazioni tra le "Iniziative").



I POETI

  • Pina Allegrini

  • Antonio Alleva

  • Angela Ambrosini

  • Stefano Amorese

  • Raymond Andrè

  • Andrea Barletta

  • Gladys Basagoitia Dazza

  • Giulia Basile

  • Franca Battista

  • Francesco Belluomini

  • Mariella Bettarini

  • Maria Cristina Biggio

  • Daniela Bruni Curzi

  • Brunella Bruschi

  • Maria Grazia Calandrone

  • Ornella Calvarese

  • Andrea Cati

  • Nadia Cavalera

  • Daniele Cavicchia

  • Massimiliano Chiamenti

  • Chiappanuvoli

  • Domenico Cipriano

  • Elena Clementelli

  • Igino Creati

  • Eunigea D'Alfonso

  • Claudio Damiani

  • Roberto Deidier

  • Rita D'Emilio

  • Antonella Di Bartolomeo

  • Franca Di Bello

  • Nicoletta Di Gregorio

  • Rosanna Di Iorio

  • Grazia Di Lisio

  • Maria Antonietta Elia

  • Sara Fasciani

  • Leo Fedeli

  • Giancarla Frare

  • Ubaldo Giacomucci

  • Anna Maria Giancarli

  • Francesco Giusti

  • Gëzim Hajdari

  • Anila Hanxhari

  • Claudia Iandolo

  • Franz Krauspenhaar

  • Bibiana La Rovere

  • Luciano Luisi

  • Mario Lunetta

  • Dania Lupi

  • Enrico Macioci

  • Dante Maffia

  • Loredana Magazzeni

  • Gabriella Maleti

  • Marcello Marciani

  • Nina Maroccolo

  • Cinzia Mattioli

  • Michele Meomartino

  • Renato Minore

  • Vito Moretti

  • Cristina Mosca

  • Marco Palladini

  • Franco Paludi

  • Giulio Panzani

  • Elio Pecora

  • Maria Antonietta Perfetto

  • Plinio Perilli

  • Maria Antonietta Pezzopane

  • Marina Pizzi

  • Daniela Quieti

  • Emanuela Quintavalle

  • Davide Rondoni

  • Luisiana Ruggieri

  • Gianni Scassa

  • Mara Seccia

  • Magda Seta

  • Luigi Sgambati

  • Stevka Smitran

  • Sofonìa

  • Maria Luisa Spaziani

  • Fausta Squatriti

  • Luca Succhiarelli

  • Danilo Susi

  • Marco Tabellione

  • Elio Talon

  • Marcia Theophilo

  • Isabella Tomassi

  • Andrea Trombini

  • Filippo Tuena

  • Anna Ventura

  • Vinicio Verzieri

  • Anna Zoli



  • LE POESIE

    PINA ALLEGRINI


    Padre terreno ora in cielo
    ma dove cammini se ancora
    ritrovo i tuoi passi in questa casa
    la tua voce benedicente e benedetta
    il tuo sorriso indicibile
    ma dove te ne vai se appena ti chiamo
    se arrivo appena a sfiorarti con lo sguardo
    dove ti nascondi
    che io non possa più trovarti?
    Eppure non voglio trattenerti
    né parlarti o raccontarti
    pene che tu non conosci
    né chiedere a te l’Inconoscibile
    Resta un attimo solo te ne prego
    Dammi un attimo solo del tuo Tempo
    Il tempo per me di ricambiare
    il tuo sorriso

    (da Grafica del silenzio, 1998)





    ANTONIO ALLEVA







    ANGELA AMBROSINI


    Alla luce che indugia

    Alla luce che indugia
    a occidente, sospesa
    tra folate d’ombra s’affaccia
    di nuovo la nostra corsa
    diseguale nello slalom
    dei giorni: uno dopo l’altro
    in volo radente
    desolati o propizi migrano
    impigliando relitti di speranza
    nell’ordito del cielo
    e di nuovo e ancora
    ci sembra il passato a tratti
    così vicino da rianimare
    fragili gioie di cui piangemmo
    il naufragio.
    Presto sarà l’avvento,
    non chiederci quando:
    a ciascuno è dato nel tempo
    penoso un segno ritrovare
    benigno.

    (da Fragori di rotte, Tracce 2008)





    STEFANO AMORESE


    Una vana speranza

    Una trenodia di 99 cannelle
    accompagna sommessa centinaia di feretri in fila
    sulla piazza d’arme della caserma
    dove inerme depone le insegne
    anche il Guerriero di Capestrano
    su cenere e porpora asperse sui crisantemi…

    Sono Preghiere di Dolore
    per la Terra martoriata
    che Nostra Signora delle Lacrime
    non può lenire…

    Nonostante il rammarico
    di quel sofista politico
    sospeso a mezz’aria
    disarcionato a cavallo
    della ruspa dentata
    a cui è stato sottratto il boccone…

    Per una mano emaciata
    sporta fra i cumuli
    di architetture di sabbia…

    prolungando la Vita
    e una vana speranza.





    RAYMOND ANDRÈ


    NOSTRO SIGNORE DELLE TENDE

    è vero c’est vrai credo Mondieu
    almeno qui in terra credo je croi con l’amen sulle croci

    nessun dubbio sulla Tua presenza qualcuno in più
    sulla Tua onnipotenza sotto le ciel ordinaire
    per via del dolore innocente

    siamo il tempo di vedere passare le Tue varianti umane
    dicono predilette

    l’erede frugale il clandestino chiamato solo per caso
    lo sfollato
    un parapetto sul mare





    ANDREA BARLETTA


    La Speranza Aquilana

    Le taciturne vie,
    brindelli di muri,
    spettro sacrale loco,
    ove imprecare il Redentor.
    Scosse spesseggiano,
    gramole del cuor,
    gragnole nella "coccia".
    Terra mia aprutina,
    dal sussultìo veemente,
    nulla più come prima.
    Incombe la fredda verde stagione,
    è gramo il tempo,
    obnubila.
    Il tremolìo è bislungo,
    un sonno subbissato,
    nemmeno un vestimento,
    le frigide bacchette.
    Le martiri giovani vite,
    brillanti baldi discenti,
    strazio in ogni borgo natìo.
    La mia gente è una roccia,
    sradicata,
    in tende provvisorie,
    cordialità e fede.
    Risorgerai,
    Aquila nostra,
    la patria tutta,
    ora si riscopre più solidale.
    L'uomo è più conscio,
    conscio del male materiale,
    di lucifera "mammona",
    che frantuma palazzi.
    Angeli in ausilio diuturno
    soverchiano cataclisma notturno.
    La madre lacrima,
    bramìto straziante,
    stringe tra le dita
    una croce di speranza.





    GLADYS BASAGOITIA DAZZA


    Rinascita

    risorgere dall’abisso del dolore
    neonato alato nello spazio immenso
    pensieri azzurri
    sentimenti vivi
    carovana di speranza nel deserto
    < br>



    GIULIA BASILE


    I tuoi occhi

    C’erano i tuoi occhi davanti a me
    quando mi sfiorasti l’ultima volta
    per proteggermi dal freddo.

    C’erano i tuoi occhi dietro la mia nuca
    quando mi vedesti cadere
    e le tue braccia,
    che pure tante volte mi avevano afferrata,
    non ressero il peso di quel presente
    orfano
    respinto e inaspettato.

    C’erano i tuoi occhi su di me
    sulla mia bocca
    quando con un ultimo bacio
    chiudesti le mie labbra aride
    bianche di polvere
    sporche di rabbia e di paura,
    deluse dal ricordo
    che non potrà più essere
    memoria di un grande amore.

    C’erano i tuoi occhi
    muti
    offesi dalla violenza,
    tra mille bare.





    FRANCA BATTISTA


    Nell'eremo

    Ri-comporre reperti e miniature
    per trattenere aviti germogli
    in rari scrigni di “gemme” e di parole
    nell’eremo del vento e del Perdono

    ove la pietra d’angolo permane
    a scardinare il vuoto
    che ora incombe
    nei per-corsi dell’Arte

    Su triti smerli d’embrici
    e resti evanescenti di calcine
    si s-compone la linea dell’ogiva
    ora sorretta da lesene d’aria

    e mentre rocchi in dissesto
    puntellano memorie
    tra sterpi ocra si schiudono boccioli
    e lentamente si ricrea la Pace.





    FRANCESCO BELLUOMINI


    All’ombra del Gran Sasso

    I

    Finita la stagione dei reality
    prenotato dall’Inter lo scudetto
    in mezzo ad una stramba primavera
    decidere di farmi prigioniero
    d’un presente svuotato del passato.
    All’ombra del Gran Sasso le spianate
    i cumuli dei sogni frantumati
    dall’impeto nel fondo della notte:
    ma come motivare tanti lutti
    le case sbriciolate in mille pezzi
    e l’impietoso tempo di quei giorni.
    Ma forse basta tendere l’orecchio
    ascoltare la gente risoluta
    le grida nel giocoso dei bambini,
    per scorgere speranze nel domani.
    Inadeguato modo per trattare
    un popolo di grande dignità,
    ma come prestar voce tra le tante
    se non tessendo labili parole
    dall’ultimo scalino della piazza.


    II

    Ma forse si richiede d’esser dotti
    di scrivere con tante citazioni
    il disagio dell’esser sfollati
    in gruppi di tendopoli posticce.
    Ma penso che non c’entri l’Accademia
    dei Virtuosi ed il Socrate pensiero,
    nemmeno Freud sembra faccia al caso
    nel violento realismo della morte.
    Qualcuno, sottoforma di giustizia,
    la spada dell’Arcangelo Gabriele
    sguainerà contro draghi del mattone
    ed altri, con laicismo vescovile,
    allestiranno pulpiti e sermoni
    scagliando come pietre l’omelie.
    Così, nel disarmare Don Chisciotte,
    spero di dare senso alla pietà
    e ricordo nel scene di perdono,
    le strette mani sotto le macerie
    di coppie in abbandono delle forze.

    25 aprile 2009





    MARIELLA BETTARINI


    TREMENDO TERREMOTO IN ABRUZZO
    (acrostico)

    Tremendo moto della terra che – tremando –
    Ruppe (d’aprile – il sei) la vostra pace
    E – di molti – di molte – si prese la vita
    Mentre L’Aquila (la città) – le campagne – luoghi
    E paesi - e l’arte – l’arte - la
    Natura bella tremendamente si squarciarono - con
    Dolore e dolore e dolore ed
    Orrore inspiegabili se non pensando – nel pieno del

    Tremore – a troppe scosse – moti – a qualche pre-visione terribile
    E… - ma di questo basta! Riprendo - mentre
    Rivedo con angustia le vostre tendopoli - le ir-
    Risolte dimore impossibili - i nuovi “nidi” sulla costa
    E il ritorno – il rientro (presto!
    Ma presto!) – i “punti” assegnati – le casette - le
    Opere d’arte in lista d’attesa - le
    Tenaci (o turpi?) promesse – le proposte
    (O no?) – i lutti – le fatiche (“WE CAMP”) - le meraviglie di una

    Italia troppo spesso s-venduta -
    Natura ed arte – presenze dell’umano

    Allenate a resistere – a respirare con
    Boccagli – ché l’aria che qua respiriamo è
    Rotta da nubifragi – terremoti – e voi – vittime pazienti e forti di
    Una tremenda calamità – portate ora (ripartendo da
    Zero) il numero più alto – la riserva più nobile di un tale
    Zelo coraggioso da empìre e empìre terre e
    Oscuri e luminosi cuori: questi – vostri e nostri insieme


    agosto 2009





    MARIA CRISTINA BIGGIO


    Non hanno labbra i santi ... ?
    W. Shakespeare

     

     
    "Poiché non sapevamo né dove né quando
    ci avreste salutati, prendemmo a sfiorare le cose
    con lo sguardo
    come distrattamente fa la luce
    a Collemaggio quando dice
    È giorno oppure È notte, svegliandola o facendola dormire
    nel bagliore delle torce
    poi trapunta
    di piccole candele
    via via colate in cerchi d'oro dentro il sonno—

    e in quella rotazione quotidiana della terra sul suo asse
    lei si affida e crede,
    come i perfettamente amati
    sempre fanno,
    all’odore del tempo scandito dalla pece
    o dalla cera
    sui cristalli elementari
    delle rocce, dove
    l'attrazione verso il sole in qualche modo resta
    nel gioco
    di pieno e vuoto
    di ogni fenditura,
    dentro l'ossatura del buio fin sotto l’orizzonte,
    fino al più basso grado della visione
    quando l’occhio nudo riprende a vedere l’esclamazione
    delle stelle

    e in quell’allineamento degli astri lei attende
    che l’oscurità
    piovuta addosso
    da un’inclinazione più forte del crepuscolo
    finalmente si diradi sui tralci dei caprifogli
    in lunghi lampi
    accesi a fiori
    e foglie sul
    clamore monumentale della sua facciata

    perché no,
    non può crollare
    quel sogno celeste eretto a ricordo
    sui conci bianchi e rossi, né può cessare
    il mantice del vespro sulla porta spalancata
    la sua fronte
    è fuoco chiaro
    è acqua
    che accoglie il pellegrino e lo risana.

    Poiché vedevamo le cose sfiorate a una a una con lo sguardo
    farsi trasparenti poi piegarsi immerse più lucenti
    sul desiderio della sera
    come riposte in uno spazio che più non capivamo
    (era la parete di una stanza quella fiorita a mezz’aria?
    o solitudine
    di pioggia e sabbia che insondabile si spacca
    nel minimo dettaglio di un verso
    già da tanto sofferto dalla terra?)—poiché d’abitudine amavamo

    e aspettavamo di scoprire il metro necessario ai versi finali,
    voi, cari santi,
    labbra alla preghiera
    destinate
    , prendeste
    a fare con le labbra quello che le mani fanno,
    palmo a palmo il vostro bacio
    ci toglieva dalle ciglia
    l’inganno
    della polvere
    senza più gravità
    sollevata da noi a voi, irradiata nel mezzo di minutissimi frammenti
    Non piangete, dicevate,
    è trasparente
    la luce zodiacale che in uno ci comprende oltre l'orbita terrestre."




    DANIELA BRUNI CURZI


    E sia così per te (popolo abruzzese)

    Nessuno capirà mai cosa si provi
    all’arrivo del boato distruttore.
    Al sentirsi sgomenti, e allucinati
    nell’esatto istante che
    la schiena del mondo solleva e disarciona.
    Si spezzò il tempo, quella notte,
    nei tremori angoscianti e negli echi arrochiti
    Tutte spente le stelle in una volta sola:
    nei ritorni improvvisi della terra che s’apre
    e della terra che chiude.
    Nessuno capirà mai dell’essere afferrati
    e dell’esser lasciati,
    della perdita, del possesso,
    stretti nel morso universale
    dello scoperchiamento.
    Dell’aria pesante che ostruisce la gola,
    delle voragini, delle pietre, delle ceneri,
    del sentirsi stritolati a stomaco compresso
    con gli occhi strizzati che non vorrebbero più vedere.
    Accasciati, spogliati, stretti a tiepidi coperte
    come umidicci lombrichi.
    E nel trascorrere lento, straziato e muto
    delle ore, sporti sul precipizio
    del più grande dei tracolli
    eppure rincuorati d’averla scampata.

    Chi può sapere cosa si prova nello spaesamento
    nel frugare di strada in strada all’incerca d’un volto amato
    con un nome tremante in bocca e nel battito delle tempie,
    per trovarsi infine col cuore sciolto
    dal nodo della disperanza in un insperato sollievo!

    Può un pensiero, una parola, un verso scalfire l’orrore?
    Ma tu non vestirti di ieri, non vivere reciso,
    non bearti del già vissuto, fronteggia l’inazione.
    Lasciati cogliere da un fiotto nuovo d’essenza speranzosa,
    fatti catturare dalla trama sottile del rinascimento.
    E sia così per te. Perché tu c’eri. E solo tu sai.

    Attenderai, ritto innanzi alla porta,
    col riserbo dignitoso d’un popolo antico e fiero
    e verrà…verrà il superamento:
    il germogliante risveglio d’albe nuove e liete!
    E sia così per te.





    BRUNELLA BRUSCHI


    Terremoti

    Una fine precoce il distacco
    dalla radice fresca
    abbarbicata alle certezze ctonie:
    paura è l’abisso di buio
    il silenzio di polvere
    dopo il fragore della scossa
    la storia di chi ami
    schiacciata da macerie.
    Non c’è fatalità
    ma il forsennato mercato di sabbia
    a cui si pretende valore
    l’incuria fatalista
    che promette introiti
    il sisma dell’umano che procura
    baratri ogni volta più penosi.




    MARIA GRAZIA CALANDRONE


    Questa, la luna


    Lei riempiva le cavità di lui come una bestia riempie la sua tana
    lui la portava come una venatura di argilla
    pullulante di piccoli animali.
    Poi la notte allungava la sua mole di assi sui soffitti e sulle orditure
    dei solai che sorreggono tutta la struttura e solo gli iris pieni
    della stessa abbondanza
    si ripiegavano perché più dolce e impervio
    fosse lo scomparire.
    La luna le portava le visioni. Lei non riconosceva
    i sessi, gli diceva so che ti salverai
    e mi lascerai qui come energie che gonfiano la terra, come intonaci molli
    non appena le voci inizieranno
    a diradare e si sentirà solo
    il sussurro oltreumano della polveriera. Tu mi rinnegherai
    prima che il tuo destino abbia consolidato la sua salvezza.
    Ma lei vinta ne regge la struttura morale nonostante il crollo
    di torre campanaria e lo vede
    comparire ogni notte sotto la luna come un grappolo di larve
    la fiammella di un arto non sviluppato
    e la bellezza del sorriso rotta da una traccia umana.
    Nonostante il suo nome sia spento
    lei lo chiama, senza nome
    lo chiama e senza volto – con la luna soltanto, con la cenere e con la solitudine
    di un astro.

    (12 aprile 2009)




    ORNELLA CALVARESE


    Ed eccoci,
    figli spensierati della tecnica,
    ad un tratto,
    gettati così nell’avito terrore
    nell’antica minaccia degli elementi,
    e sprovveduti tremiamo
    come trema la Terra che fino a ieri,
    ignorata,
    taceva.

    Ed ecco,
    ci è giunto il grido
    Terra-Madre,
    e squassando le nostre certezze
    di nuovo ci attrai nel mistero
    dell’eterno essere al mondo.

    Effimeri, caduchi, perituri,
    solo passanti,
    attoniti fissiamo la morte
    in lunghe file di bare immote
    che nel permanere del trapasso
    indicano la grazia del movimento.

    E vi penso,
    Aquila austera e limpido cielo
    dei nostri inverni troppo lunghi,
    e rivoglio l’angolo di pietra e il selciato bianco,
    rivoglio l’odore del pane nelle piazze,
    e i vicoli affollati di gente,
    rivoglio le impervie salite e i dolci pendii.

    Rivoglio il mio medioevo di sassi e vecchi muri,
    le ruelle, le scalinate,
    rivoglio,
    le piazze appartate,
    il gorgoglio delle fontane...

    Voglio...
    ma cosa volere ancora
    in questo greve silenzio di città abbandonata,
    cosa chiederti
    vecchia città
    che di ben altro tempo vivevi.

    E siamo qui,
    macerie di macerie,
    già remoti e alieni
    alle nostre vite di ieri.

    Lo spirito inciampa
    nel pensare al domani,
    solo il gesto di ora ci motiva,
    solo l’istante del dopo istante ci consola,
    e soffriamo,
    delle chiese cadute e dei libri sepolti,
    delle creature volate via in pochi istanti,
    dei quadri, delle statuette divine,
    delle suppellettili delle nostre giocose vite di prima.

    Cosa essere infine,
    se non del mondo tutto
    trasmigratori senza bagagli,
    se non abitanti di altri luoghi
    che sono lo stesso luogo di sempre,
    se non effimeri inquilini
    di ogni dove?





    ANDREA CATI


    Al di là di questa stanza

    Ritorno al mio passato e trema questo palmo di terra
    coltivata al centro di una penisola, in alto tra le rocce.
    Rasa al suolo la distesa offre altro spazio
    per immaginare un domani popolato da case
    piazze, giovani radici e uomini bianchi disegnati
    dai calcinacci di questa storia che ritornerà
    frequente, crepa nei bilanci degli anni
    riesumata dal campo dei miei sguardi.

    Comprendo la statura di quella foto da una bocca
    spalancata a restituirmi il terrore. Amore
    non fermarti, non rinunciare, scava ancora
    elimina con me la sabbia che non regge
    le inutili notizie, gli sciacalli dei ricordi.

    È nell’equilibrio di quella faglia che si rivela
    il mistero del nostro durare: guarda, c’è un corpo
    un tempo dissanguato da curare.
    È nella solidarietà che riconosco il bambino
    libero di rotolarsi in un’amicizia assegnata
    da quei venti secondi avvitati in un boato:

    l’aprirsi di una finestra al di là di questa stanza.





    NADIA CAVALERA


    PER L'AQUILA

    POTENTIA DE LU PATRE CONFORTA ME
    Dov’è il cucinino la tendina del lavello
    lo strofinaccio biancoblu all’appendino?
    SAPIENTIA DE LU FILIU ENSENIA ME.
    Dov’è la terrazza giardino
    gli uccelli la gatta la canna d’india il gelsomino?
    GRATIA DE LU SPIRITI SANCTU ALLUMINA ME.
    Dov’è la collezione di acquasantiere
    fischietti cartoline presepi gatti pupi lumiere?

    (: l’aquila invola alto il coraggio ma gli sciacalli aspettano la morte per lucidare le forze)

    Dove sono i quadri e le pareti? tutti i miei libri vivi?
    E le foto gli album di famiglia immagini di bei giorni griglia?
    K’IO TE POÇA AMARE ET TEMERE ET POÇA FARE LO TUO PLACERE.
    Dove sono i figli nipoti fratelli amici vicini?
    E le strade le chiese i palazzi i luoghi laghi di cuore?
    MÉ POÇA SPREÇARE ET TENERE ME VILE.
    Dove sono le mie memorie?
    E IN REU MORTALE NON POÇA CADIRE.
    Lacerato barzellettato negoziato al suolo raso non sono io queste scorie
    E LA VITA ETERNA NON POÇA PERDIRE.
    La perdonanza non è più la mia danza di stanza

    AMEN e sia


    I versi in corsivo sono tratti dal libro di preghiere di Celestino V (Museo Nazionale dell’Aquila).





    DANIELE CAVICCHIA


    Lei siede immobile come il dolore.
    Ciò che vede sono macerie, ciò che resta
    è quello che trema nelle sue vene.
    Lei aspetta e non ha voce,
    nessuno ha risposto nel silenzio imperfetto.

    Una casa è dove tornare
    la distanza non darà la misura
    della conoscenza, quella abitava lì,
    nell’angolo del focolare, sull’impronta
    conosciuta della poltrona, nell’angolo segreto
    dove ogni parola era una promessa.

    Un mattone non è una casa
    eppure un nuovo inizio,
    quello che vede è una sedia vuota,
    un tavolo disadorno sopravvissuto al proprio ospite.

    Dei nomi sono rimasti, suoni duri
    di parole senza colpa, parole
    inconsapevoli della loro morte.
    Quello che resta non è ciò che era
    ma non permettere che un giorno trascorra invano.





    MASSIMILIANO CHIAMENTI



    [senza titolo 1]

    come può la mente star bene sepolta nel dolore del corpo? la leggera gioia della conoscenza volare nell'orizzonte dell'eterno infinito ancoràta com'è alle contrazioni di uno stomaco sfibrato e vecchio e agli impeti improvvisi di vergognose diarree? non può. perché nel mondo tutto, tutto è economico, e la fame e la tabe e la necrosi incidono le vene del cervello scavandovi rughe asfaltate di sangue livido. non resta che arrendersi. e attendere l'inevitabile. non resta che cercare di conciliare il bianco con il nero, almeno in qualche raro punto, oasi, tenda sbattuta dal vento gelido di un fuoco torrido.


    [senza titolo 2]

    risveglio di spilli. come un'idra l'edera mi avvolgeva il calcagno con i suoi viticchi e non mi lasciava lucidare lo scudo in riva di scamandro. lontani i busti dei kouros, restavano solo i quattrini di plastica dei mafiosi armati di pistole, coltelli e artigli, che mi cercavano per derubarmi, uccidermi, e torturarmi lentamente. tentavo in un quadro di incorniciare una natura morta, ma la vetta della torre si carbonizzava e la memoria di mio padre si perdeva tra le acciaierie della piana tra le risate dei ragazzi. avrei dovuto anch'io, anch'io come quel grande inaugurare i giochi nel giorno esatto che la pietade, sì, che la pietade (quella!) mi richiedeva, io a me stesso non più ricusante, ma la memoria, la memoria come un calcolatore sbrodolatosi di birra si perdeva nelle fibre del terrore pungente, e il rivo delle lacrime grondava nella vasca miscelandosi a un'acqua saponosa come di vagina, grondava lesto lesto in quell'utero rassicurante e umido di bagnettino anni settanta. Poesie tratte dal libro "paperback writer" in corso di stampa presso Gattogrigio editore (Monza)





    CHIAPPANUVOLI


    L’effigie del mai presagito

    Quel che stridette di certo
    furono i denti nel fragore
    improvviso del nostro tetto.

    Nelle calme notturne ore
    vano fu stringersi nel letto
    braccati dall'atroce rumore.

    Protratti sogni all'infinito
    s'incastrarono nel sordo crollo
    delle mura dal colore sbiadito.

    L'impotenza scuote al midollo
    coll'effigie del mai presagito
    tranciandoti la vita nel collo.

    Oh, dispersi negli affari di Dio,
    sia la vostra memoria immanente
    ogni giorno un sacro dovere mio.

    Oh, figliol caduti delle Patrie,
    possa la nuova pietra fondante
    'ser degna dell'anguste nicchie.

    Oh, raminghi spiriti e tormentati,
    abbia il cor vostro forza bastante
    per conceder grazia a uomini incauti.





    DOMENICO CIPRIANO


    Dialogo con la terra che trema

    Ogni volta che mi parli (terra) urli
    il tuo governo, sibili dal ventre,
    dai tormento e incrini la mente.
    Ci sarà un dopo e un prima, un pensiero
    ad ogni dovuta circostanza, e le ombre
    ferme sulle foto saranno altre, di altra
    vita. Di questo mi parli nella somiglianza
    degli eventi, tra le mie rughe segnate
    contro gli anni e le crepe che generi
    sui muri e – se dimentico – si accumula
    la polvere che preme sugli oggetti:
    dice che l’hai dispersa quella notte
    gemendo sopra i corpi, tra gli affetti.





    ELENA CLEMENTELLI


    Paura

    All’attacco
    solo precarie trincee.
    Alla disfatta
    sbriciolati ripari.
    Il buio avanza senza pietà.
    Stringe come le spire di un serpente,
    soffoca il grido che ti urge nella gola,
    nessuna via d’uscita,
    nessun aiuto da nessuno.
    Correre correre correre,
    un’inutile fuga
    dal mostro che insegue,
    più agguerrito,
    sicuro di vincere.
    Di fronte, solo il baratro
    dove precipitare
    è l’unica risorsa concessa.





    IGINO CREATI


    La bara bianca

    Pensavi, cara, ad altri approdi
    a una festa di sogni per esempio
    appoggiata serena
    a un diverso muro che non crolla
    e non sotto le pietre
    ad ascoltare qualche passo (e non una quiete)
    e a cercare un grido a mani tese
    una piccola stella
    e turchina.

    È accaduto
    accade
    che la tua bara bianca accolga ancora
    gli stessi tremori di quella di tua madre.
    M'inoltro nelle vie ora dolorose
    dove la tua impaziente fantasia
    creava tranquille immagini di mondo.

    E tu correvi verso le svolte a te familiari
    a cercare nuovi nascondigli
    a estinguere le prime voglie
    un ardore d'anima
    ora volato
    sopra ogni parete non franta.

    Mentre svanivi
    dov'è – magari ti chiedevi –
    la rondine d'aprile
    il fiore stretto nella mano
    il luogo per sempre perduto?

    Fossi maturata nel sigillo d'una gioia
    avresti mostrato a noi
    intera la grazia del tuo volto.

    Ora che libera sei in altri cieli
    sottile una fiamma ci riscalda
    che rinasce appena spenta
    umiliata ma rinasce
    e ci richiama a memorie
    a verità.

    Intorno a una tenda oggi s'inseguono
    voci malinconiche di bimbi
    non la tua
    nemmeno dal fondo inesplorato d'una via.

    Comunque come lapide
    resti
    per me per sempre illesa
    anche in questa breve pagina di maggio.





    EUNIGEA D'ALFONSO


    L'Aquila 6 Aprile 2009 ore 3,32

    Inerpicata sul declivio di un monte
    s'erge gloriosa, altera
    la città dell'Aquila
    della regione d'Abruzzo la capitale.
    Superba ella troneggia tra stendardi antichi
    per rievocare le gloriose gesta della sua storia.
    Nel suo passato tanti sismi l'hanno colpita
    ma sempre ella è risorta tenace e prode.
    Questa terra così frustrata
    ha dato vita a un popolo caparbio e fiero
    che seppe sempre riportare in auge
    la sua città amata.
    Il sisma nuovamente di notte l'ha reaggiunta
    il 6 Aprile del 2009.
    Il tempo passa, il dolore assopito resta
    ma è sempre vivo, risorgente
    ed attanaglia il cuore.
    L'Aquila è rimasta, non è un fantasma,
    ritornerà vivente più di prima,
    impererà sublime tra le montagne
    unitamente alla fierezza innata
    della sua gente.
    Nel tempo tu, città di gloria e d'intelletto
    darai nuove virtù
    a questo meraviglioso, generoso Abruzzo
    e tanto lustro unito alla speranza
    per un avvenir brillante senza fine...





    CLAUDIO DAMIANI


    Oggi guardavo le montagne

    I
    Oggi guardavo le montagne come stavano buone
    zitte e ferme senza dire niente.
    Il vento era forte ma per loro era come se non ci fosse,
    i boschi erano radi
    per un lento, secolare degrado,
    ma a loro sembrava non importare molto,
    stavano lì sedute nel loro posto, quiete,
    stavano zitte come per ascoltare meglio
    qualcosa che noi non sentivamo.

    IV
    Se un uomo o un animale, avvolto da una nube,
    vaga per la montagna fino a morire assiderato,
    o colto da una valanga viene seppellito nella neve,
    o cade in un crepaccio da cui non può risalire,
    la montagna non può far niente, non può aiutarlo in alcun modo
    ma non pensare che non soffra, che non provi compassione,
    non pensare che lei, dura come la pietra, non pianga.


    Nota:
    Queste due strofe fanno parte di una composizione più lunga, in quattro movimenti, ambientata sul Gran Sasso, e riferita in particolare al Monte San Franco.





    ROBERTO DEIDIER


    Dove la brina la mattina si stende
    Fra gli occhi e un paesaggio rotto
    Dietro un velo di plastica, non chiedi
    Da quale finestra guardi al mondo,
    Se questa è una casa accogliente
    O un punto anonimo sulla mappa d'uno stadio.
    Né chiedi se ancora esista il profilo
    O il suono dell'abitudine.
    La linea dell'orizzonte è un dolore trattenuto,
    Una ferita nel deserto senza nome.
    Stagione di ruspe, di voli meccanici
    Intravisti se improvviso s'apre il cielo
    Dov'erano tetti e comignoli vivi.
    Non resta che abbracciarla, quest'aria.





    RITA D'EMILIO


    L'Aqula 6-4-2009

    A te nuova Araba Fenice
    dalle nobili ali,
    che spicchi dai massicci erbosi,
    città dove l¹acqua sgorga da innumerevoli sorgenti,

    antiche basiliche riecheggiano preghiere e perdono
    da colui che solo eremi abitava.
    fede e coraggio infonde tra i muri sgretolati,
    caduti,dispersi tra urli e boati!

    Tutto è sospeso,tutto è sommerso
    ...il vento trasporta polvere sugli alberi ai primi
    germogli di aprile,che attendono in penitenza
    e speranza,colui che la vita ha dato per te
    che piangi senza capire

    Privo di sguardo assisti alla materialità devastata, schiacciata!
    Ma tu che abiti la terra della forza e del coraggio, non guardare i sassi impolverati,
    gli occhi eleva a colui che tutto
    trasforma e tutto può!...




    ANTONELLA DI BARTOLOMEO


    Terre in moto

    Trema la zolla
    grida la folla
    che smarrisce la via
    ma non la ragione

    Nel silenzio di una tenda
    la noia non trova posto
    tra pensieri, speranze e ricordi
    aggrappati ai capelli

    Amica ora è la mano
    che ad ogni vibrazione
    intuisce la corretta posizione
    la presa perfetta
    per fuggire e scansare dalla mente
    le immagini oscurate di un orrore...





    FRANCA DI BELLO


    E la terra tremò

    Un cielo senza luna sfiora l’orlo di una notte.
    Un lampo squarcia l’abisso
    Valvole bruciate, il cuore nel baratro,
    fili sospesi, vita lasciata sulle impronte delle dita
    il calore solleva il prato,zafferano puro,
    i crochi violacei sfumano nel cielo che albeggia
    i bimbi intrecciano pratoline su assi di legno
    tra spolverate dal gelo di neve.
    I monti massicci, belli, avranno ragione di credere
    A chi è sopravvissuto!





    NICOLETTA DI GREGORIO


    In ricordo dell'Abruzzo 6/4/2009


    Immoto
    ci sovrasta in tenerezza
    un cielo che deborda
    e invade in prospettiva
    ogni timore
    nell'abbraccio freddo
    di pietra
    polvere e fango
    nel magma
    confuso d'universo

    peso di terra
    che opprime
    i sogni degli angeli
    e in respiro remoto
    tramuta l'essere in lampi
    di sé





    ROSANNA DI IORIO


    6 APRILE 2009

    Come sono basse, oggi, le nubi,
    mormora un diario tra i sassi
    sfuggito ad un sogno, mentre una rosa
    e una panchina in un angolo di giardino,
    parlano di un amore
    a lungo carezzato.

    Tutto spezzato, ucciso, capovolto
    Sotto il segno del toro. Con rottura.

    Non suono di campana,
    non canto d'un bimbo,
    non passo d'un anziano.

    Case, chiese, scuole
    su una roccia in pendenza, hanno paura
    come tant'altre di precipitare.

    Dalla polvere un cane ulula fermo,
    categorico e breve il richiamo
    al suo padrone. Non è felice di
    ritrovare al mattino intorno a sé
    un cielo nero e polveroso.


    Io piango.

    Grido sui passi spenti dei fratelli
    miei poveri d'Abruzzo.
    E prendo la mia terra nella mano,
    calpesto la sua nebbia, ne raccolgo
    le parole perdute, una bambola, un sospiro
    che reclamano la vita.

    Tu non sai: quelle case, quelle chiese,
    quelle fonti, quei pascoli, quei curvi
    lampioni - anche se spenti -
    - tra queste ore lente -, quelle valli,
    quei monti: quelle lacrime, quei morti!

    Sono le nostre luci, i nostri cuori,
    nostri unici spenti segnalibri.

    Perché ci sono nella vita cose
    che si possono capire
    solamente in ginocchio.




    GRAZIA DI LISIO


    Elegiaco

    Un fremito scuote la terra,
    livida ansante rinsecca le viole.
    La terra ci nasce ci muore,
    la terra dai lembi slabbrati
    muta di belati sgozzati,
    di fiordalisi gualciti.
    Di quante madri ha bisogno la terra?
    Del seme spogliata
    di ghirlande di rose e viole,
    silenzio ora trema di foglie.
    Sipario di sabbia di rabbia!
    Chi è vivo se ne chiede ragione:
    ha un senso il dolore?
    Ma gingillo primario è potere,
    un diadema di vuote parole.
    Pure la clessidra impazzita
    di nuovi germogli accorda la vita

    (6 aprile 2009)





    MARIA ANTONIETTA ELIA


    Il mio canto

    Svolazzo
    con ali di farfalla
    sulle cimase delle case
    che conservano ancora
    brandelli di vita
    e mi pongo in ascolto
    di un battito lieve
    o di un respiro
    che non ha voglia di spegnersi.
    Non disdegno
    i nauseabondi odori
    che impregnano l'aria
    e i torbidi rivoli
    che scorrono sotto le macerie.
    Inseguo
    il passero che si allontana
    con pochi fuscelli di paglia nel becco
    e ricompone il suo nido
    in aperta campagna
    dove il mio canto
    si confonde con il suo.




    SARA FASCIANI


    Nella sciagura Dio è con noi

    A tutti gli abruzzesi
    6/4/2009



    Quando il dolore delle perdite è profondo,
    profondo come il fragore spaventoso
    del suolo d’Abruzzo impazzito,
    che ghermisce giovani, vecchi, bambini,
    inghiotte case, palazzi, monumenti e chiese,
    Dio è in mezzo a noi!
    E ogni superstite trova la forza di reagire…
    con occhi asciutti dalle lacrime,
    guarda avanti.
    Gli abruzzesi, forti figli di una dura terra,
    non si arrendono…
    Cercano tra le macerie i ricordi, gli affetti
    i simboli che raccontano
    un pezzo della loro
    vita e caparbiamente il viaggio terreno continua.
    Dio non ci abbandona,
    lo percepiamo dalle persone che ci soccorrono
    come schiere di Angeli pronti
    a coprire le ferite con le loro ali.
    Dio è vicino a noi!
    Da questa fonte di amore scaturisce,
    come acqua purificatrice,
    lo slancio di umanità e di solidarietà,
    il coraggio e la dolcezza delle mamme
    nelle avversità.
    Dio è con noi.
    È nei bambini ignari e giocosi
    presso le tendopoli
    che eludono messaggi di tristezza
    nei volti degli accampati.
    È nella voce dei nonni
    che pensano ai nipotini…
    È nelle persone che riescono a stendere per poco
    un tremulo, fragile velo di oblio
    sui disagi, sulle privazioni, sulle lontananze,
    sulla catastrofe
    e rispondono sereni a chi li cerca…
    Trillano e trillano i telefoni…
    il conforto non manca
    la speranza cristiana non muore.
    Oggi più che mai, Dio è in mezzo a noi!





    LEO FEDELI


    Notte da tregènda


    veglia l'uomo nella tenda

    le spoglie in piedi alle
    Anime Sante

    il cielo dentro

    le navate e la luna e le stelle

    accanto

    le vetrate infrante
    a terra
    riversi e distanti i sacri bronzi
    grèvi di polvere e presàghi di lugubri

    silenzi





    GIANCARLA FRARE


    Fuori neanche albeggia
    e l'ombra s'è infittita
    sul davanti.
    E d'ombra è piena
    pure l'occasione.
    Nè serve
    alla fine del mattino
    quel raggio.
    A definire chiaramente il luogo.





    UBALDO GIACOMUCCI


    ad Anna Maria Giancarli


    non ci sono più pietre nel cuore
    né catene, ma specchi, redenzioni
    e scoperte; una concezione indiscreta
    ci scardina ogni giorno e in televisione
    c'è un solo volto che non sappiamo
    scrutare (troppi dolori in tasca
    con un sapore immeritato di sconfitta,
    e una ferita che brucia l'anima
    perché non sappiamo chiedere, eppure
    hanno sfilato in un centro invivibile
    quelli che non ne conoscono la violenza

    spia alle tue ore l'ombra di una casa,
    un sogno inabitabile che al caldo
    ha ceduto una rosa e l'acqua del mare




    ANNA MARIA GIANCARLI


    Immota Manet

    A Giustino Parisse
    Agli Aquilani nel dolore


    pacha mama terra buona madre terra
    che nutri germogli ospiti la vita
    se tremi incuti terrore distruggi inaudita
    i sogni i bianchi merletti della città costruita
    l’aquila altera di roccia precipita straziata
    quale vento asciugherà di lacrime la pioggia
    quale sole scalderà il dolore compresso
    in eterni secondi ladreschi avvinghiati al cuore
    motus terrae contorce chiese palazzi fontane
    cancella esistenze scompiglia vissuti oscura il cielo
    azzurro terso che fascia col flusso del tempo
    monumenti piazze e case pulsanti d’energia
    silenziosi i vicoli medievali mostrano ferite
    e s’allargano crepe lesioni anche nei cuori
    di chi porta negli occhi bifore archi cortili
    eleganti nel loro pudico splendore
    immota manet nel moto la città immota manet
    per chi l’ha vissuta e amata pietra per pietra
    immota manet musicale creativa manet
    dentro di noi che i suoi voli ri/costruiremo





  • FRANCESCO GIUSTI


    Cocci di vasi, cocci di vite

    Rientrare. Rientrare dove? Tra le pareti
    che hanno tradito, che hanno tremato
    come le persone? Tornare a casa dove
    c’era casa, dove non torna la calma,
    tra le pareti che hanno cancellato memorie.
    Fogli bianchi che ancora in fondo
    si muovono al vento anche se non se ne sente
    il fruscio, il frastuono rimane nelle orecchie,
    negli occhi. La casa ha paura, la casa vista
    da fuori, dal suo giardino, dalla strada
    ogni giorno da troppi giorni. Cocci rimangono
    a terra di vasi, di vite spellate, spedite a trenta
    secondi da tutto, dal resto del mondo perché
    il loro non resta, qualcuno li pesta
    lo stesso che pesta la terra, animale gigante
    che fa paura anche dove non può ferire i corpi
    e ferisce al contrario, salvi all’aperto in pericolo
    dentro il rifugio. Resta solo l’attesa,
    attesa che non è futuro, perché ancora non è
    progetto, ma una vita ridotta all’osso.
    Qualcosa, certo, altrove c’è ma al mondo
    non si ritorna, non segna un punto, non segna
    un centro che è scomparso per chi
    lo conosceva, chi lo conosce adesso
    non sa cos’era, com’era, chi
    lo segnava a passi, a sorsi, a morsi.


    L’Aquila, 8 aprile 2009





    GËZIM HAJDARI


    Siamo qui tra i sassi
    con i sassi,
    circondati dal freddo del prato
    e dagli occhi grandi degli uccelli,
    in attesa di una Voce
    che giunga dai campi di sabbia
    coperti da nuvole oscure.

    Portiamo nelle tasche l’elenco dei morti
    e i giorni di un territorio nudo
    senza gridi né ricordi.

    Con le bocche chiuse, nascondendo le parole,
    spingiamo pareti di vento
    per vedere dall’altra parte
    il fiume di labbra nere

    di cui si parlava una volta.




    ANILA HANXHARI


    La terra è la nuca dove agganciare le
    ninna nane
    Gli angeli fuor d’acqua e la stagione di
    cicale
    La terra è il lutto del volo
    Il fuoriscena dei vinti dal distacco
    Ho imparato ad essere terra
    Per capire come essere sorte


    Uno ad uno mi sfili al rito della riva
    Del ristagno
    Sono l’unico tempo prodigo con il risveglio
    Dei capelli bianchi a tic-toc
    Dinanzi all’alba che invecchia scendendo le scale
    Come i marinai e i cani dell’onda
    Che si levano dalle verità a tic-toc
    Mi guadagni con la pagnotta
    Dei grissini croccanti delle ossa
    Mentre ripeto la terra con i pugni
    E mi faccio donna e orfana
    Io non piango impastando le dita con i cani
    Non bacio smagliando le ore
    Con il volo della croce sotto le lenzuola
    Nei gradini della mungitura
    Con la boccata d’aria della pelle scarlatta
    Sotto le macerie
    Anche se è tardi quando il tempo si ancora


    ZIP


    Mi fido della pelle che marcia il pupazzo di neve
    Del circolo della vita
    Che si conclude mano nella mano
    Dell’amore che si secca sulla lingua
    Come un’ostia e benedice il corpo
    Dell’amore clonato nell’abitudine
    Che crepa gli orsetti con l’acqua dolce tra i denti
    Mi fido dell’amore che non chiede nulla
    E sa essere vigliacco
    Si abitua all’assenza
    E taglia con la lingua una stretta di mano
    Mi fido dell’amore che è più dell’abitudine
    Del bene che muore e non chiede più come stai
    Del mio essere fallita come un seno
    Svuotato dal latte materno
    Mi fido dell’amore ricamato su pozzanghere
    Sotto gli alberi senza radici
    Della formica che nasce dal crollo dell’alba
    Amore mio aspettami mi dici
    Ma tu non credi nella parola “amore”
    Che cresce con l’addio
    Riconosco il suolo della tua scarpa
    I tuoi occhi quando grandinano
    Perché tu ami in me la libertà che potrei darti
    E sei cosi ingenuo
    Che anche i fiori si congedano dall’albero
    Per esserti in dono
    Ma la libertà è come i fiori
    Mente per renderti felice


    INVECCHIAMI


    Resti accanto al pianoforte alla tastiera
    Alla grata della faccia rapida e scarna
    Che si chiude a ragnatela
    Delle sopracciglia nella testa
    Se ti rialzi dal tempo sghembo e servile
    Bada alla fuga nella fessura
    Al peccato ciniglia della lingua
    Alla risata della pipa che afferra la mano
    E la lancia come scialle grasso danzante
    Sul selciato dei pianoforti che spiovono
    Pizzi di libri come lenzuola
    Attraversami dall’amore
    Con le spalle bussate dai denti
    Con il cenno pagliericcio dell’occhio
    Valgo l’inizio della piroetta
    Come centesimo dentro il feto
    Riempiti di coraggio e sgambetta tra i gemiti
    Come un ballerino sulla tastiera
    E invecchiami
    Amami quando mi raccogli a rampa
    Come giardino sfarzoso arricciato al naso
    Se è colma la soglia dalla mano alla lanterna
    Chiamami per nome del mare che spezzo
    Con la gonna la bocca e una ciocca di capelli
    Fammi donna quando la bocca si leva
    Dalla luce alla schiena
    E la sete si spalanca con fracasso
    Occhieggia la passione il posto d’onore di madre
    Dalla mia mano alla tua mano invecchiami
    Quando è mezzanotte raccoglimi a rampa


    TI PREGO


    Prima di cavarmi gli occhi
    Bevi dalla mia luce
    E ancorati a questa neve che non si riconosce più
    In tutte le sgocciolature invecchia l’ingorgo
    Prima di prendere la mia parola
    Sappi che io la parola la riprendo
    Dagli stracci paludati dal morso
    Non piango tesoro perché tu non possa
    Avere i miei pianti
    Morditi a sangue e bevi sopra gli stracci
    Che sono il mezzo dell’uomo d’insegnare la tana
    Aprimi dai gemiti della rugiada
    Dal buio inquieto dell’angelo dell’ultima piazza
    Getta l’amo lucente dieci centimetri dalla mia pancia
    E beccati il tuo figlio in venature anarchiche
    Perché nessuno lo usa per i capelli
    La riverenza è un contenitore addomesticato
    Nella trave accesa
    Ti rimane di bruciare il mio tempo
    Dal boccale d’argento
    Dalla resurrezione di legno
    Attento alla neve dello scheletro che imbroglia
    L’azzurro dei tuoi occhi
    Goditi la rivale insolente
    L’arnese di ghiaccio sconfitto con la fiamma
    Tinta nel mio letto
    E prima di cavarmi gli occhi
    Ti svelo l’obbedienza che loro devono a me
    Puoi sfiorare il vetro della penombra
    Ma mai la luce





    CLAUDIA IANDOLO


    Raccogli i resti. Metti a posto quello che puoi.
    Ma sono le voci che cerchi. Le voci.
    E quelle sono andate via.

    Certi camion hanno perso la strada.
    Qualche soldato ha vomitato.
    I morti non li abbiamo raccolti tutti.
    Certi morti sono ancora vivi.
    Sotto le macerie. Da qualche parte.

    Dopo qualche tempo bisogna smettere di cercare i morti.
    Spianare i paesi.
    Disinfestare le strade.
    Dopo qualche tempo anche i morti amici, i morti innocenti
    Inconsapevoli
    Diventano morti.
    Infettano
    Ammalano
    Dopo quanto tempo bisogna smettere di cercare i morti?
    (.........)
    All’improvviso
    Come fosse una guerra
    Non c’è niente più niente da cercare
    È come una guerra
    I morti depredati e le jene
    Hai visto quanta polvere? …la polvere…
    Il tempo si è spaccato in due
    Come un ponte fasullo.

    Non ci sono pudori
    La tragedia ti sorprende nella contraddizione.
    Facevamo l’amore
    Affollavamo le chiese di vecchi e bambini
    Il ministro di turno ci pensionava con arroganza.
    La stessa arroganza con la quale vestivamo
    I santi oscuri delle feste di piazza.
    Risparmiavamo
    (…….)
    Si commenta da sola l’ignavia
    Gli ospedali si sono sfaldati
    Come scheletri decalcificati
    I nuovi ospedali

    Siamo morti sotto i portali di pietra
    Incastrati nelle nuove velleità del cemento
    Nulla di nuovo
    Non c’è nulla di nuovo in quest’ignavia
    che non permette pudori
    E’ l’abitudine lunga della truffa
    I palazzi anemici delle periferie
    Le nostre case mai concluse

    I marchi le sterline umide i franchi e i dollari
    dell’umiliazione. Ma le nostre case crescevano a strati
    Stanze ripetute una dietro l’altra una sull’altra
    Dentro minuscole proprietà fratricide da cui non riuscivamo
    a scappare.

    (Nessuno lo ha detto ma tutti hanno pensato che potrebbe essere una salvezza l’eliminazione improvvisa
    della fatiscenza che non abbiamo saputo gestire
    )

    Ci saranno i soldi per costruire tutto daccapo le case
    Le strade
    I giardini
    Gli ospedali
    Verranno le fabbriche
    Il lavoro
    Le jene calate allineate
    In orde fameliche e compatte
    Silenziose
    La maceria è un affare
    Ordinare il disordine è un affare
    Le jene disperderanno il branco
    Mimetizzate nelle rabbie
    Impallidiranno
    Di fronte ai palazzi crollati
    Agli ospedali accartocciati
    Alla testarda caparbietà che non apprezza
    I nuovi tracciati delle strade.

    La vita nello strazio dei colera e delle pesti
    La vita se la terra si scuoce sotto il sole
    E la violenza delle grandini
    Madonna Santissima la vita contro la carestia
    Madonna Addolorata la vita per il figlio emigrante
    Madonna della Libera la vita se la terra si mette a tremare
    Come già una volta
    E una volta ancora
    Prima dell’altra volta che nessuno ricorda
    Madonna purissima della Stella fa’ che questa volta
    Il mondo
    Non si ricomponga nelle ingiustizie di sempre.
    E un cero madonna Immacolata per l’azzurro dei tuoi occhi.
    Un cero acceso per quello che puoi Vergine santa. Ed un
    cero per il Serpe che il piede tuo divino schiaccia.
    Un cero acceso Madre di Dio perché anche il diavolo
    Sta in chiesa come i santi.


    C’è qualcosa di puro nel mondo ed è il dolore.
    La rabbia dopo il dolore

    da Rossa Luna di Novembre
    (atto unico per il terremoto dell’Irpinia 1980)





    FRANZ KRAUSPENHAAR


    Ho raggiunto

    Ho raggiunto le farfalle
    del mio stomaco.
    Un volo, un senso
    unico. Di morte.
    La primavera ha cent’anni
    ha le speranze senz’ovulo
    ha i fiori gettati nella gola,
    il manifesto nudo, le urla
    dei soccorritori.
    Ho pianto col riso, ho fatte
    mie le scarpe di mio padre
    ferme qui da vent’anni.
    Le ho indossate nel sogno
    andando a prenderlo
    come fosse il rapito da calce
    da macerie giganti.
    Dopoguerra dell’oggi
    senza colpe e aguzzini,
    solo natura folle, carne
    di terra tesa. Come le menti
    scolpite nella bruma, lo squarcio
    apre ferite abrase, vecchie
    e sole. E noi rimorti, dentro.





    BIBIANA LA ROVERE


    Ogni respiro


    A L’Aquila




    Esposte al vento
    le ali
    del Cristo
    spezzato
    si adagiano
    sul Padre Nostro
    e coprono appena
    il resto
    di polvere e sangue
    sottratto
    alla luce.
    Eppure
    il giorno
    vedrà ancora
    scorrere
    fra i detriti
    la linfa sacra
    versata
    nutrire la terra..
    offriamo il sacrificio.
    A piene mani
    offriamo.
    Tu
    che chiami
    alla vita
    hai udito
    il tacere
    di quella notte
    impetuosa?
    Ti trascini
    ogni volta
    su quella Croce
    assisa
    perché
    è da lì che scendi
    quando
    ogni respiro
    nella Parola
    frantumata
    grida insonne
    che sei trafitto.


    SEIAPRILEDUEMILANOVE





    LUCIANO LUISI


    Compianto

    (per il terremoto in Abruzzo
    nel tempo di passione e di Pasqua
    )


    Chi potrà mai dimenticarla
    questa lunghissima notte d’aprile
    quando il silenzio del sonno
    si è fatto grido e il terrore
    ha messo in fuga dai letti
    mentre la terra tremava cancellando
    le nostre vane certezze, e i fragili nidi degli uomini,
    le case provvisorie che abitiamo.
    E tremava
    spazzando come castelli di carte
    anche le cattedrali erette ad esaltare
    l’eterna gloria di Dio.
    E chi potrà
    allontanare dagli occhi i campanili
    che come preghiere s’innalzano,
    se li hanno visti, increduli, spezzarsi,
    con la memoria del suono
    delle campane che tacciono…

    E ora
    a poco a poco, salendo
    la luce dolce dell’aprile scopre
    spettrale il volto d’una città sconosciuta
    inginocchiata sulle sue macerie,
    chiusa nel suo silenzio.

    Dovevamo
    ricordarlo che abbiamo sempre accanto
    la morte, e non sappiamo
    quando saremo chiamati. La data
    è dietro la porta dell’ombra e ci sorprende
    Così li ha colti nel sonno, protesi
    a chi sa che progetti, che sospesi disegni
    a quell’umana speranza che dà fiato
    alla vita.
    Come lontane appaiono
    quelle inutili mete, quelle corse affannate
    (verso che cosa?),
    Siamo
    sopra una fragile zattera
    su un mare che ribolle.

    Non c’è quiete, la terra
    continua ancora a tremare
    né più la notte e il giorno sono misura del tempo
    per gli uomini che cercano,
    che chiamano, in attesa
    di ciò che non sanno.
    E con le mani frugano
    fra i calcinacci dov’era
    la loro casa, almeno per trovare
    un solo oggetto che sia
    quasi il racconto d’una vita, il segno
    d’un amore perduto.


    E Dio dov’è?
    Perché non è venuto
    a camminare Gesù su questa povera
    terra, su queste pietre insanguinate,
    a chiamarli: “Fratelli, risorgete!”?
    Sono tutti fratelli come Lazzaro.


    Questo si chiedono gli sbandati superstiti
    che come ebbri si aggirano, l’uno
    nell’altro vedendo il proprio volto
    clownesco per la polvere, rigato
    da un pianto incontenibile.

    Hanno risposto a un muto appello tante,
    lontane mani fraterne
    di chi ha sentito nel suo petto un palpito
    d’amore, di pietà, e quelle mani
    hanno scavato, hanno tolto
    ad una ad una le pietre
    che soffocavano una voce, un flebile
    lamento.
    Quelle mani hanno strappato
    tante vite alla morte.

    Ma fra le pietre che cedono, si sfaldano,
    da quelle oscure grotte impenetrabili,
    quasi luce, ecco, appare una treccia
    di lunghi biondi capelli,
    e a quel segnale le forze,
    si moltiplicano, cresce
    la convulsa ricerca:
    esangue affiora
    una piccola mano che porta al dito la fede.
    E a lui che da un tempo
    Immemorabile attende, inutilmente chiamandola,
    non è la mente che sempre custodirà quell’immagine,
    a riportargli quel suo volto amato,
    ma è il lacerante spasmo
    dal suo cuore diviso a riconoscerla.
    E a quel grande dolore
    diventa muro nei suoi occhi il pianto.

    Qui dove c’era una casa che guardava
    l’amata montagna innevata
    (quanti, muti, in attesa
    che un miracolo accada, ma è viva
    soltanto la speranza)
    riemerge
    dalla voragine una giovane madre
    che tanto stringe abbracciandolo
    il suo bambino gelido
    che sono un corpo solo.
    Sembrano un calco di gesso
    scoperto in un giardino di Pompei

    E come avranno sognato
    la loro vita insieme
    fino al traguardo della vecchiaia
    questi due sposi avvinghiati
    forse nell’ultimo amplesso?
    Quali parole d’amore avrà detto
    alla sua donna nell’estasi,
    mentre la morte tendeva la mano
    sulle sue labbra per soffocarle?

    Chi desterà da questo sogno d’incubo
    i viventi che più non hanno un tetto; e vagano
    come fantasmi, col peso
    del loro grande dolore,
    nelle strade che senza case dilagano
    come piazze deserte…

    È vicina la Pasqua. Sono questi
    davvero i giorni della Passione. E Cristo
    è qui, a fare specchio
    della sua morte a questi morti innocenti
    che, uno a fianco dell’altro, sul prato
    compongono famiglie, condomìni, disegnano
    quasi le strade scomparse nei suoi stabili.
    E Dio che soffre per gli uomini, e conosce
    il loro umano dolore perché si è fatto uomo
    è accanto a loro nel suo silenzio, e tutto
    è silenzio, tace
    anche il pianto.
    Non più
    morte, lutto, lamento.
    Questo è il tempo
    della preghiera,
    della speranza.

    Aprile 2009





    MARIO LUNETTA


    In formalina, todavia

    [...] Il niente concentrato nelle pupille pazze dell’assassino
    nel mattino che urla la sua disperazione – nella notte
    che lo ripete al nero. Di tutto questo e di chissà cos’altro mai
    parlano i muri al dilà della loro epoca di edificazione

    delle loro materie dei loro stili. Lo sapeva in tutta
    la sua atroce consapevolezza ricordataci dall’amico poeta
    Tommaso Di Francesco il 16 aprile di questo torvo 2009
    nella last page del manifesto dedicata alla Cronica aquilana

    3.

    quel cronista in versi crudi alterati mordaci duramente cadenzati
    - quartine monorime cariche di lampi di scorci aperti come praterie
    di invettive di fazione e di classe di terremoto e peste – quella peste
    che uccise anche lui Iacobuccio di Rinaldo detto Buccio di Ranallo

    nel 1363 improvvisamente reso nostro contemporaneo
    dal sisma dell’Aquila e dintorni del 6 aprile scorso ore 3.32
    istante in cui la scossa 6.05 Richter facendo cadere da una parete
    del mio studio i libri stipati in una scaffalatura dissestata

    ha fatto di me un ridicolo miniterremotato una parodia
    di Buster Keaton intrappolato in una trincea cartacea
    dentro la gabbia delle stanghe maligne pupazzo esterrefatto.
    Più che ridere credo non si potesse: e ho riso infatti

    semisepolto in una tomba – un tombino – di carta stampata
    ancora ignaro di come in pochi secondi la terra avesse mandato
    in polvere di doloso borotalco buona parte dell’Aquila recente
    e morso con denti di coccodrillo le sue fabbriche vetuste. [...]


    [...] Bene non illudersi che disponendo di sensori a infrarossi
    si possa vedere praticamente tutto dominare il ritmo animale
    delle cose i capricci della natura addormentata – ché inaffidabili
    insomma sono le soluzioni repentine provvisorie effimere

    e parimenti fragilissimi i progetti della scienza i presunti
    punti fermi delle tecnologie avanzate – ipotesi e realtà
    della meccanica quantistica per dire o tutto ciò che è connesso
    con la funzione d’onda: basti pensare – rabbrividendo – che

    le dimensioni dell’atomo sono dell’ordine di un centomilionesimo
    di centimetro per cui mi dico la vita è alla fine niente più
    che una curva isosisma riandando con la mente illividita
    al cataclisma aquilano nel quale la scossa più forte è durata

    32 secondi con velocità di accelerazione di 0.65 contro la norma
    che è di 0.35 – e la gente viva e morta è rimasta con gli occhi
    sbarrati nella notte cervello bombardato da mille megatoni
    corpo ridotto a una serie di sconnessi segmenti di meccano:

    e intanto ieri davanti a certi affreschi celeberrimi davanti a certe
    tempere su tavola semisconosciute di Giotto & compagnia cantante
    - Simone Martini Ambrogio Lorenzetti Giovanni da Milano Altichiero
    Giusto de’ Menabuoi e altri cosiddetti minori ironia involontaria

    ma todavia ruffiana delle definizioni – ieri dicevo ero dentro
    una nube profonda di felicità e di sgomento riflettendo sul precipizio
    delle forme e dei destini su cui quegli esploratori temerari
    s’erano affacciati per riportarne bellezza mista a desolazione

    e stamattina poi ho parlato al cellulare con Anna Maria Giancarli
    poeta superstite nel baratro aquilano ho incrociato la sua voce
    di sopravvissuta che con la figlia Alessandra e il marito Ennio
    infermo pittore di visioni oniriche crudeli dentro spazi prigionieri

    racconta con ira costernazione buio insensato il non stop movie
    del suo del loro inferno terrestre del suo del loro di tutti i disperati
    presi nel turbine buttati in aria come foglie per i quali più che mai ora
    l’esistenza non ha nome è un Gioco dell’Oca scemo e feroce

    dove non c’è riscatto di memoria possibile dolcezza di risarcimento.[...]

    (da FORMAMENTIS poema da compiere, todavia. MAQUILLAGE ITALICO)





    DANIA LUPI


    Quanto ha tremato la terra
    l’anima mia è volata.
    Scappata dalla tana, altrove.
    Gemito nelle ossa.
    In quell’istante, lungo come un fiume,
    è apparso l’attimo vero.
    Non c’era altro tempo.
    Scappati dal fare.
    Presenti.
    Totalmente Presenti.

    Dopo
    a forma di rosa, dopo
    le mani hanno tentato carezza.





    ENRICO MACIOCI


    dalle piaghe
    aperte ho colto
    un fiore

    ho colto un fiore
    e l’ho piantato
    nel futuro

    nel futuro
    sarà tenue fiamma
    sul prato in ombra





    DANTE MAFFIA


    Dall'altra riva

    Non volevo morire soffocata
    dai calcinacci, gli occhi
    sfondati dalle pietre all’improvviso
    diventate nemiche. Avanzavo ancora
    infinte carezze da lui, e con il sole
    c’era un patto segreto
    come tra api e fiori.
    Non riesco a sentire la voce di mia madre,
    anche se sento le sue mani accanto.
    Un vento viscido mi attraversa il corpo,
    San Pietro litiga con qualcuno,
    meno male.





    LOREDANA MAGAZZENI


    La volpe nera

    Stanata col suo branco da un bramito feroce
    la volpe nera fruga il monte dove il Cristo
    in barella, calato dalle funi,
    imbragato dagli arcangeli in elmetto,
    benedice la terra scriteriata
    che scianca i suoi figli e li traligna,
    scerpando pietre millenarie
    come ricami di tele ragne,
    là dove per secoli la storia
    ha il rosa delle guance di una figlia,
    che piange e pure sempre rialza la testa.
    Così il restauro degli angeli di chiesa,
    diseredata eredità in frantumi,
    è offerto all’elemosina del mondo
    come una lista a lutto e non di nozze.
    Mentre la volpe febbrile ora s’azzitta
    L’Aquila s’incaponisce a ribadire
    la sua testarda paura di morire,
    la sua testarda voglia di ricominciare.





    GABRIELLA MALETI


    Fra poco è autunno

    Ora si osserva, si capisce la grande sventura,
    ma soli nei nostri abiti, dentro le nostre scarpe, soli
    come profughi, disillusi, vediamo ciò che era,
    ciò che è.
    G. Maleti


  • Tenendo per mano la bambina, l’uomo
    si fermò davanti a una casa in parte distrutta.
    Lei la indicò con una mano.
    Il padre disse: “Sì, è la nostra”.
    La bimba lo guardò da sotto in su, poi chinò
    il capo e si mise a piangere. Piene lacrime
    le scivolavano sulle gote.
    “Non piangere”, disse l’uomo, “ora ce l’aggiustano”.
    “Chi?”
    “Ma, gli uomini che comandano. Loro ci dicono
    di stare tranquilli che poi torniamo nelle nostre case,
    hai capito?”
    La piccola ora pianse più forte.
    L’uomo si chinò per asciugarle gli occhi. Disse:
    “Non ci credi? Se l’hanno detto lo faranno. Vedrai”.
    “Quando?”, chiese la bimba.
    “Ma… ma, presto”.
    Lei ebbe un brivido.
    “Hai freddo?”
    L’uomo guardò il cielo, e poi attorno. Si vedevano
    solo case distrutte, strade colme di pietre.
    Il vento filava, a tratti sollevava polvere.
    “Non piangere più”, disse piano il padre.
    “Ma quando vengono?”
    “Chi?”
    “Ad aggiustare la nostra casa. È passato tanto tempo…”,
    mormorò la bambina. “Allora non vengono. Si sono
    dimenticati”.
    “No, è che… hanno tante case da aggiustare”.
    La bambina si stropicciò gli occhi.
    “Io non ci credo che ce l’aggiustano”, disse.
    Il padre sospirò.
    “Vieni, torniamo alla tenda”, disse. Guardò ancora
    il cielo. “Sta cambiando il tempo. Fra poco è autunno”.





    MARCELLO MARCIANI


    Troppa pioggia di chiacchiere ci bagna
    ci scarna a doccia quest'acquetta acida.
    Che sguaire di bande elettorali
    che sorrisi e garriti regalano
    i mammocci di carta dai muri!
    Che sviolinate che oplà da vele
    trasformiste, che specialisti tir
    in sequestri e diluvi, che fondi doppi
    perluccicano i vicoli cattolici!
    Si cionca il mappamondo, è un portobello
    di tarantole, un blitz di ospedali
    in appalto, un artritico spot.
    Inutilmente accorrono dame a.v.o.
    Supinamente si spappola quest'evo
    a un diluvio di blabla.

    Voglio asciugarmi al secco del tuo incanto
    all'impresenza l'imparola tue...
    essere l'ebbro cocciuto stilita
    che risetaccia tra i miraggi un segno.





    NINA MAROCCOLO


    TRE E TRENTADUE

    9-10 aprile 2009
    A Francesco e Jolanda Rivera
    Ai figli. Ai figli dei figli



    LA NATURA

    M’inizio al tremore di terra tremante
    [questo letto è troppo piccolo per contenermi]
    Mi fu concesso un cuore privo di buon senso
    [calcareo, pneumatico] adattabile
    a quegli amori malsani dalla chiosa scodinzolante:
    “Mi dispiace” [eppure non abbandono
    con mottetti gioiosi] La terra mi trema
    nella lingua mammifera di questa falla
    divaricata [penso ai muggiti infantili]
    Ore 3.32
    M’inizio al tremore tiranno del dispiacere

    FRANCESCO

    Aurore fosche, nitriti,
    lungo segnale che moriranno tutti,
    lungo segnale che saranno forse dannati
    o asciugati nel fiume dei ponti
    della sottrazione
    della divisione
    e del ratto.

    NINA

    epicentro a saliscendi–
    unitamente alle tue fragole solatie
    un’inquietudine di viole

    FRANCESCO

    Fior di notule pervicaci:
    accostandosi a Dio
    pensò a morte propria, non degli altri.

    Dio, ripeto, aiuta, aiutami, aiuta.



    (I versi di Francesco Rivera sono tratti da “Senza stelle”, Crocetti, Milano 1999)





    CINZIA MATTIOLI


    Abruzzo forte e gentile
    come si suol dire.
    Frutto di Civiltà antica
    i nostri padri hanno capito
    ed hanno aperto le braccia
    a grande fatica.
    Emigrazioni - Evoluzioni
    al tempo stesso.
    Abruzzo, un'oasi verde.
    Città, Cattedrali, opere d'Arte,
    rispolverate ridipinte esaltanti
    nella loro bellezza.
    Oggi tutto è crollato.
    Il cuore in Abruzzo si è fermato.
    Il pensiero non va oltre.
    Pietre, casem opere prestigiose spezzate.
    Tombe scoperchiate.
    Terremoto cosa hai fatto?
    Chi ha azionato il tuo potere?
    Sono rimaste persone impietrite
    statiche, assopite dal dolore
    con occhi velati di lacrime.

    Non più rintocchi di campane.

    Amori, dolcezze, carezze sepolti
    nella solitudine.
    Cammino sulle macerie
    cercando ricordi.
    Finalmente, l'eco di una voce
    mi arriva da lontano.
    Amore ci sono. Sono vivo.




    MICHELE MEOMARTINO


    Terramara

    Un tumulto irrompe
    nel cuore
    della notte sulla
    terra che trema
    ad annunciar un
    terribile boato.
    L‚eco sinistro
    risuona nella valle
    tra urla strozzate
    e muri squarciati.
    Un fiume di sangue
    irriga copioso
    l‚antico riparo
    dei pastori
    ai piedi del
    Grande Sasso
    che impotente
    assiste silente
    alla tragedia dei
    suoi figli.
    Avvolti in una
    ruvida coperta,
    ormai poveri e
    nudi,
    impauriti e
    disperati,
    cercano confusi
    ciò che rimane
    non trovando
    conforto alcuno
    in tanto oscuro
    dolore.
    Il vento della montagna
    agita

    impetuoso le cime
    alte dei pini
    e nel ferire gli
    occhi
    l‚amaro pianto
    asciuga.
    Chiare e meste le
    prime
    luci dell‚alba che
    scoprono
    solo i resti della
    furia cieca.
    Tanti si
    rimboccano le mani e scavano,
    altrettanti
    cercano vani capri espiatori.
    Ma quando tra le
    braccia ignote,
    che ti stringono
    al petto,
    tu scorgerai il volto pulito

    di tuo fratello,

    proprio in
    quell‚istante,
    mossi dall'umana
    compassione,
    tu cercherai
    l‚unica lezione che potrai
    trarre da tanta
    inaudita sofferenza,
    nella volontà a
    non perdere
    mai la
    speranza
    lungo le infinite vie
    dell‚amore.


    Montesilvano, 9 Aprile MMIX





    RENATO MINORE


    Saperi e patimenti

    In bilico sulla crosticina
    esile e tremante
    siamo qui a ricontarti,
    madre-madrigna
    da maledire, da adorare,
    se non stravolgi
    infissi, travi, mattoni
    nel pulviscolo
    dei tuoi comandamenti


    Ha fulminato la retina
    quel taglio di luce.
    Ora illumina tra i metalli
    dei divano letto
    le planimetrie dei corpi
    sciolti nella sabbietta,
    soffice tenaglia sussultoria
    per seppellire e celare,
    da tritare

    tritare

    tritare.



    Ma occhi di faina
    penetrano nel buio
    i detriti sotto pelle.
    Deridono l’ambigua ronda
    dei nostri saperi,
    traliccio dirupato
    nelle macerie di quell’astuzia
    che fa sciame o stame
    dei nostri patimenti.





    VITO MORETTI


    L’Aquila 6 aprile 2009

    I
    ad Anna Ventura



    Nella tua casa straziata
    ho visto ancora dei gerani
    al balcone e una rinata promessa
    di futuro. Il cuore respira tempeste
    e schianti, ma per arduo che sia
    dà nome di creatura alla tua anima
    e metti piede dove tutto sembri vano,
    lascia crescere di nuovo la luce
    che ti è poesia. Hai una corazza
    sui lumi spenti, e tanto amore:
    il pegno che pure ti resta
    dell’oggi che svela ferite.



    II
    a Patrizia Tocci




    La tua pietra che dicevi serena e buona
    si è piegata per nozze pagane
    e tutta intera la vertigine ha barattato
    la notte del riposo e del sonno
    con l’abisso che non respira di cielo
    ma di strazio. Hai ripetuto il dolore
    che già conoscevi e hai impolverato la fronte
    con mani che la pietà rendeva colmi
    di altre mietiture e che io ho stretto
    nel debito della poesia. Aduna adesso
    con più lievi mani (le tue) i fili
    e le briciole che il fragore cruento
    ha disperso ad un passo dal tuo riso,
    dal tuo cuore che sa quanto duri
    e di che misura si vesta il giusto fuoco
    della vita. Ad un altro volo ti chiama
    il male, ad altro il pianto che in terra anche lava
    e talvolta rigenera.




    III
    ad Anna Maria Giancarli




    Il tuo ospite siede nel silenzio
    della tua casa dove ha ruggito dal fondo
    del suo inferno. Non ha conchiglie
    in cui ascolti l’onda dell’oceano
    né canti del più sereno universo,
    ma corona d’affanni, grida
    che ogni carne confessa alle stelle.
    Gettagli la brocca dei convitati sazi,
    lo specchio della poesia, lo stelo
    che fu pennello al tuo sposo e fanne solo
    un’oscura tempesta che tu pieghi
    al chiuso dell’anima, alla vigna
    nuova dei figli. Quel che recide l’attesa
    non sempre è rovina e sconfitta
    e nelle braccia stanche è tutta la forza
    del riposo. Veglia sul cuore che risana
    e guarda ai monti, misura il vento
    che viene dalle mie cicatrici sul tuo viso
    e sul canto largo dei tuoi affetti.




    IV
    ad Alfredo Fiorani





    Dove m’aspetti per dirmi
    dell’unghia che aprì le tue piaghe?
    Come sentirti? È di terra e macerie
    il tuo silenzio e ha gli stessi brandelli
    la pena che lo scruta. L’orco che ha spezzato
    la tua tana è anche il nero respiro
    che passa nel corpo del mondo, il dèmone
    che sgomina le file di chi osa vivere
    – come te – nel centro aguzzo della coscienza,
    nella virtù d’una passione
    che sa farsi parola, stupore di scrittura,
    barca per tragitti nuovi e antichi. So
    che dovrò anch’io varcare la soglia da cui
    tu ora torni e che di ogni soffio dovrò tenere
    il buio che lo anima, il bianco
    che lo riluce. Siamo ciascuno la viva parte
    di una promessa che ha dentro
    l’insonnia del sangue, la nebbia
    che rende desti o assopisce.
    Ma non conosco altro rimedio
    se non di tornare a nascere dove si è
    e di liberare dai vetri e dalle ombre
    la vampa della chimera.





    CRISTINA MOSCA


    Qui dove il cuore trema

    Ogni silenzio è tuono
    quando il tuono ha preso il silenzio.
    Nuda,
    io
    davanti a chi ha perduto.
    Ricca,
    sulla terra spoglia.
    Profana,
    qui
    dove il cuore trema.





    MARCO PALLADINI


    Motus Terræ

    Il continuo rotatorio moto della terra
    non ci fa crollare o girare la testa
    però rivoluziona ogni giorno il pianeta
    e l’attenzione deve rimanere ben desta

    Il moto della terra genera e segna il paesaggio
    mari e monti, campagna e sistema urbano
    crea l’immaginario che dà un profilo al mondo stesso
    punti di fuga e flussi in uno spazio umano ed extraumano

    Il ciclico moto della terra va talora contromano
    allora perdiamo attoniti il centro della vita
    oscilliamo sulle soglie del tremore e del terrore
    il globo ridiventa una forma informe, indefinita

    Il turbolento o sussultorio moto della terra
    ci spinge qualche volta ad esclamare:
    “Fermate il folle mondo, io voglio scendere!”
    ma in effetti non sappiamo su quale altra sfera celeste
    potremmo sbarcare

    Il moto della terra quando si fa terræ motus terribilis
    disastra la topografia, sfigura la comune geografia
    all’incrocio col reale crudele si fanno i conti col destino
    oltre i muri di buio una fioca luce battezza l’attimo, addita la via.
    Come una piccola, povera poesia.


    (aprile 2009)





    FRANCO PALUDI


    Attesa

    Le sere infuocate che sapevano di musica
    attese sull'uscio di una casa immaginaria;

    le stelle che s'accendono improvvise
    o calme che stanno a tenerci compagnia;

    e il suono immancabile dei grilli
    a dirti che sei vivo ovunque stai.

    Immobili danzare ad occhi chiusi
    cullati dal sangue prepotente
    mentre s'apre su questa riva di tempo
    un'alba nuova ancora piena di misteri.

    Voglio una casa, come solamente io
    so immaginare, dove vivere e non vivere.

    Voglio il silenzio dietro le parole.





    GIULIO PANZANI


    A Dio

    Rispondimi
    e dimmi dove nascono
    le stelle
    liturgie di silenzi
    crocifìssi
    al pensiero di un'alba.
    Parlami
    in questo luogo d'ansie
    liquefatte
    dove l'amore
    è viaggio senza ormeggi
    e noi ombre scolpite
    come fiato
    che gela nelle notti
    d'inverno.


    (da Custode d’Ombre, Bastogi 2007)





    ELIO PECORA


    Canzone per gli uomini da salvare

    Dite, ditelo agli uomini
    che non facciano male
    agli uccelli ed all'aria,
    ai fiumi, ai prati, al mare.
    E' qui che siamo nati,
    qui vogliamo abitare,
    qui camminiamo le ore,
    qui ci tocca di andare.
    Qui portiamo le attese,
    i progetti, i pensieri.
    Qui cerchiamo la porta
    dei nostri desideri.
    Da qui noi partiremo
    ciascuno un giorno ignoto,
    saluteremo il mondo,
    salperemo nel vuoto.

    Dite, ditelo agli uomini
    che la guerra è dolore,
    porta rovina e morte
    al vinto e al vincitore.
    Dite, ditelo agli uomini,
    seminammo la terra
    per crescere alla vita
    non per morire in guerra,
    e costruimmo strade
    e navi per andare
    e ponti, piazze, stanze
    aperte per tornare,
    e cercammo parole
    per chiamare l'amore
    e inventammo canzoni
    per rallegrarci le ore.

    Dite, ditelo agli uomini,
    nacquero prima i monti,
    il sole del mattino,
    le pianure, le fonti,
    il delfino gentile,
    il gabbiano mai stanco,
    la luna sopra gli alberi,
    il lauro, il giglio bianco.
    Dite, ditelo agli uomini,
    venimmo ad assediare
    quel ch'era già dell'erbe,
    quel ch'era già del mare.
    ...Noi vogliamo la fine
    dei domini insensati.
    Noi chiediamo alla vita
    per la vita alleati.





    MARIA ANTONIETTA PERFETTO


    A L’Aquila, mia cara città

    Son venuta a cercarti nel nido ormai distrutto, ma non c’eri.
    Ho scavato tra le rovine, tra i sassi, ti ho chiamato, ma non c’eri.
    L’Aquila, regina delle alte cime, ha spiccato il volo per altri nidi, per altre vette.
    Anche tu, cara e amata città, mi hai detto addio o meglio arrivederci
    tra le macerie che racchiudono cose ormai distrutte delle quali resterà solo il ricordo.





    PLINIO PERILLI


    Resurrectio dal buio

    (ad Anna Maria Giancarli, Francesco Rivera
    e Anna Ventura, amici de L’Aquila,
    fratelli di poesia
    )



    Le colline ingemmate si susseguono,
    il mio viaggio di treno le attraversa
    o anzi loro mi infrangono,
    messaggere di verde… Portano
    fiori e sterpi, muri sbrecciati e
    promesse lunghissime. Ovunque
    il colore risponde, se solo ci sforziamo
    di non perderlo… L’aria sembra
    ferita ma azzurro lieve la fascia
    tutta, la converte di vento.

    È Pasqua di rinascita, resurrectio dal buio:
    e da ogni sguardo in alto spunta
    alata la cicatrice d’un piccolo volo.

    (11 Aprile 2009 – Roma/Firenze)





    MARIA ANTONIETTA PEZZOPANE


    6 aprile 2009 - ore 3,32

    Le grida
    la polvere
    I gemiti
    L'agonia
    La morte
    Intere mandrie girovaghe
    Nell'insano ruggito
    Calice amaro
    Al sapore d'addio
    Tanto infinitamente amaro
    Così come segreti accessibili
    Le case aperte
    Brandelli di vita
    Dove triturati ninnoli
    Si affannano
    A rincorrere
    A seviziare il pensiero
    Ancora e ancora
    Dilaniare l'azzurro delle stelle
    In una notte di apparente pace
    Interrotta
    Scivolata nel terrore
    Affollata di sangue di rosari.
    Siamo immersiin righe di vuoto
    Presi a scudisciate
    attorcigliati per sempre nel dolore
    Ora, lo so, è tornato il meriggio
    C'è un vento torrido
    Che sa tanto di sole e di sale
    Il cuore improvvisamente ingrigito
    S'inarca
    Batte a cerchio
    Ed esplode a ritmo di samba.





    DANIELA QUIETI


    Aquila millenaria

    Un boato oscurò
    d’ombra il creato
    s’aprirono tombe
    caddero sogni
    nel grigio orizzonte
    si levarono grida
    sono morti
    erano innocenti.
    Un velo intriso
    di polvere e sangue
    implora il ritorno
    premono lacrime
    a rintocchi di campana
    occhi disperati
    cercano risposte
    nel cielo che appare
    su chiese squarciate
    case profanate
    sommesso un respiro
    racconta lo strazio
    si unisce il ricordo
    agli uomini e al mondo.
    Aquila millenaria
    trepida attendi
    sulla tua pietra
    con cuore di madre
    il sacrario di figli
    che non torneranno
    custodisci ferite
    e spoglie sepolte
    nell’eterno sonno
    di una primavera
    assediata
    di una giovinezza
    non rinnovata.
    Forse, in Paradiso.





    EMANUELA QUINTAVALLE


    Terra viva
    Forza immane naturale.
    Avanzi.
    Ti presenti all’improvviso.
    Boato irreale
    d’atavica paura.
    Sussulti. Gemiti.
    Inondi vicoli, fiumi polverosi di macerie
    sfiguri tratti disegnati dal tempo
    d’identità urbane appartenute agli uomini che le custodirono
    insieme ai loro giorni
    trascinando quel che fu
    dell’arte compagna fiera negli occhi dei suoi fantasmi.
    Solchi varchi perenni nelle anime
    affossate nel dolore delle macerie,
    indifferente a tutto e a tutti.
    Terra pur sempre amata…
    trattieni in te i tuoi semi
    che un tempo facesti germogliar di vita.
    Imponi i tuoi impeti che
    Impotenti impariamo
    a sopportare
    nel tuo lascito di vuoto
    come tributo a te dovuto
    in cambio sottratti a te dal caso
    sopravvissuti
    a cui concedesti di restituire
    briciole di vissuti in tutto ciò che gli resta.
    All’alba del primo vagito
    l’animo si desta e la vita in s’è viva s’appresta
    nella sua terra a ritornare
    per farsi germogliare.





    DAVIDE RONDONI


    Tra i soffocanti scivolamenti dice, o forse
    con gli occhi mentre tace la bocca che si riempie
    di terra
    parla, nel rombo improvviso che impone
    il silenzio, qualcosa
    deve aver detto, nel cupo ultimo
    pianto di vittima sepolta, o nello schianto
    del grido di paura,
    persino nelle successive
    eccitate, invasive parole, sì,
    dev'esserci stato detto, ma cosa,
    dico ora guardando il cielo aperto
    de l'Aquila, e la vorticosa
    giostra dei disastri, delle nascite...
    Cosa? o già è questa postura
    di imprecante, di orante la cosa
    detta oscuramente e da imparare
    precisamente,
    come imparano i bambini a fare
    la fila delle A, le stanghe e nella sera
    le mani giunte...





    LUISIANA RUGGIERI


    Il Ricordo di Mary

    Mary seduta sulla sedia
    È Pasqua stamattina
    È Pasqua mio Signore
    L'Abruzzo si risveglia in fiore
    Le campane suonano a festa
    Le 99 cannelle son come sorelle
    Correte bambini
    È Pasqua mio Signore
    Giù nel pergolato c'è Mario
    aspetta, aspetta Mary
    È Pasqua stamattina
    le 99 cannelle non son più sorelle
    Mary seduta sulla sedia ricorda il passato
    Mario è andato via
    L'Aquila non c'è più.





    GIANNI SCASSA


    I versi

    Orlate di nero le unghie
    la Terra frugano.
    Briciole di pepite affiorano
    e subito le scure zolle gelose
    le divorano.
    Desta l'anima, attenta la mente
    da tavolozza infinita
    per il sottile piacere di dipingere,
    i colori cercano.
    Inutile il senso.
    Dar vcoce agli Attimi
    che consumano
    e si eternano
    solo se all'infinito
    volgono.




    MARA SECCIA


    Mani

    Con gelide mani
    sotto cieli sepolti d’orrori
    il male si schiantò sugli innocenti.
    Per tutta la notte udisti grida d’angoscia
    nel soffio di venti cupi e desolati.
    Ora nel sonno gemi.

    Paziente silenzioso il tempo
    asciugherà il pianto
    ma non potrai dimenticare,
    una ferita aperta è la memoria.
    Nel tuo sangue imprigionasti
    le lacrime impietrite della tua terra
    disperato incredulo solo.

    Mani pietose lottarono
    per salvare i fratelli
    placarono la paura
    guarirono la carne straziata
    consolarono le madri.
    Mani forti sicure afferrarono
    le tue tremanti tese verso la luce.

    E il giorno non finirà.
    Andrai ancora per spiagge silenti
    e prati erbosi
    fioriranno le ginestre
    e nidi muschiosi si nasconderanno
    fra i sospiri di alberi antichi.
    Lascia libero il sentiero
    getta rami odorosi
    nel camino della tua casa
    e nell’angolo più segreto del cuore,
    timido e lieve,
    rivivrà un sogno già sognato.

    Amorose mani stringeranno le tue
    accarezzeranno il tuo volto,
    la speranza purificherà il dolore
    e un’anima nuova vestirai.





    MAGDA SETA


    Magica speranza

    L’angoscia gela i pensieri
    e il dolore soffoca il respiro
    che soffia lento sul petto
    dei corpi straziati…

    Orme di secoli scomparse
    e vite schiacciate dalla
    furia violenta del sisma
    seminando distruzione ovunque!

    Le immagini si sovrappongono
    per proiettare orrore…
    Vorremmo respingere i momenti
    truci. Oh, se una nuova luce

    rischiarasse quelle fraterne
    orbite, mentre una lama di tramontana
    spazza i tetri arabeschi. I superstiti
    sfogliano nel cuore vane illusioni?!...

    come se scorressero su un fiume senza riva.
    E mentre un vento infido
    sferza le loro lacrime,
    da un’altra sponda serpeggia

    in tutte le coscienze, una viva
    solidarietà, mirata verso
    un ponte per un futuro
    inebriato di R E S U R R E Z I O N E.



    LUIGI SGAMBATI


    Balla la casa, sbronza, e si dimena,
    donnaccia a vesti lacere,
    cadenti,
    nell’orrido frastuono senza pena
    di bonghi mastodontici,
    infernali.

    Balla la casa, pazza, e si disvela,
    orgia di squarci nudi,
    baccanale,
    urla strozzate, lumi di candela,
    fiammelle sottilissime,
    mortali.

    Balla la casa, esausta, e si addormenta,
    crolla in un sonno fragile,
    irreale,
    quell’equilibrio incerto che sgomenta
    le vite microscopiche,
    impotenti.




    STEVKA ŠMITRAN


    Più volte la mia casa

    Più volte la mia casa è stata rasa al suolo
    e tutte le volte l’ ho ricostruita
    non in tempi di guerra
    è successo
    in tempi di pace apparente
    è successo,

    in un posto qualunque
    in un posto che non si dimentica –
    ogni volta il mastro costruttore
    è stato più attento alle norme
    più capace di sorprendere,
    più capace di strafare
    non ha badato al tetto
    né alle porte
    né alle finestre
    solo alla struttura.

    Tutte le volte il nemico
    ha fatto quel che voleva della mia casa,
    pensava di spaventare i miei uccelli,
    i cani e i gatti,
    non svelo a nessuno la leggenda
    che la mia casa è un albero
    che il sole e la luna vegliano

    perché dovrei confessare i miei miti,
    perché mai preoccuparmi
    se c’ è un Dio che trama.


    (Dall’ impero, Lieto Colle, Faloppio 2007)





    SOFONÌA


    L'altro lido

    L’alba giunse dai monti al mare
    Dalle rocche ai renili
    Con plausi d’amore
    L’intera Esperia
    E il mondo
    E le sue lune
    Giacquero tra i fiati spezzati
    Mentre…
    Una storia d’amore nasceva nel ventre
    Appena in riposo
    Una processione d’anime
    Cantava Alleluia
    Baciamo il Divino mentre si fa ancora cercare
    Lasciamoci andare tra le vie dell’Orsa
    Udiamo gli altri suoni narrare
    Di quando…
    La terra rideva
    Di quando…
    I cieli aprivano le borse
    Di quando…
    La festa nuziale
    Veniva indorata dall’Aurora
    Che resta oramai!
    Il richiamo del ventre in burrasca…
    Non è per sconfiggerci ma…
    Solo per ricordare…
    Che il recinto dei giochi non è più…
    “Allora il bambino come un naufrago
    Spinto dal furore delle onde…”
    Approda su un nuovo lido





    MARIA LUISA SPAZIANI


    Rimane intatta la bandiera

    Quei terremoti di cui parli, crollo
    profondo delle viscere, sonante
    sfacelo che ai meandri della terra
    grida rivolta, odio, grida guerra
    e appicca il fuoco all'anima del mondo
    (là dove la caverna primordiale
    gelida del terziario arrocca strati
    di giade e slavine), quali forme
    soltanto nostre ci potrà rapire
    dentro i suoi sordi ululi? Rimane
    intatta la bandiera delle bianche
    mattine, quando all'albatro nevoso
    non giunge voce più dalle marine
    trionfali di spruzzi e di richiami,
    dove i suoi fasti celebrano al sole
    gli smemorati pellegrini.





    FAUSTA SQUATRITI


    Respiro

    Arroganza scovata nell’orto
    in mancanza di luoghi più adatti
    smantella lemme lemme
    pratica d’ordine e buonsenso e amore
    scacciato da Kronos
    sviolina quel bene stridulo
    dilungato nel residuo canto.
    Dissapore di respiro
    scala l’estremo fiato.
    Meglio sarebbe acciuffare
    smagliante malasorte
    diniego
    pian piano covato in clausura.
    Privi di lume
    nessuna favorevole circostanza
    sorprenda
    (protetti) nella casetta
    intasata (per acclarare il fatto)
    scheletri in bel ordine
    esibiti al soldo di scaltri conteggi
    e dileguati amplessi.
    Smemorato consenso
    anticipa (tremante)
    allarme ragione e sviluppo di
    zuccherina bugia.
    Tracce in discorso di garantiti monosillabi
    tacciono il pericolo
    fin dentro al recinto.
    Ostentare
    delle opinioni il delitto
    addobbato senza festa.





    LUCA SUCCHIARELLI


    se non io la terra,
    non una personificazione
    con nome e cognome.
    Né tu tellus né io gea
    né ch'io sia cerere né tu
    un domani, una demetra che
    stravèden e promètea, che veda
    sul degenere odore di cenere o,
    che io promètei sul
    decelere odore di cenere o
    che tegeneri ch'io
    sulla verticale del mio ipocentro
    da dove or ora mi muovo o-
    'rche mi dica la terra –,
    dal degenere odore di celere
    resto pur solo soluna
    poesia, materia-listata che
    sia ed io e tu, lettórepicèntro,
    devi farti forte et odiarmi,
    se credi, e crearti gli anticorpi
    specie contra gli stronzi,
    perch'io possa muovermi
    più senza far danni





    DANILO SUSI


    Abruzzo


    Forte e gentile, eri
    Macerie, sei
    Resta solo polvere
    case cose uomini.
    Il tuo cuore ha tremato
    E si è distrutto,
    Il tuo monte si è ribellato
    e ha distrutto.
    Dalla sua vetta il Grande Sasso
    Aveva già visto…
    tanto…troppo…
    disfatte e uomini di malaffare.
    Allora…
    Allora ha inghiottito tutti e tutto,
    buoni e cattivi,
    mura antiche e nuove.
    Basta, basta Abruzzo malato, ha tuonato.
    Torna, torna forte e gentile, ti prego,
    Abruzzo mio.



    Termoli, alba del 7-4-09





    MARCO TABELLIONE


    Ho visto

    Le ho viste

    le figure che erano

    i cuori che erano
    adagiare
    sospesi come venti

    sulle macerie

    come sogni con le ali

    sovrastare le loro morti

    Qualcuno sorrideva

    qualcun altro salutava

    Non c’era sangue sui loro corpi

    non c’erano ferite


    non ce n’erano più

    Ora le ferite erano le nostre

    e di questa terra


    Le ho viste le loro mani

    tendere verso di noi

    chiedere
    perché

    Le loro voci silenziose

    respirare
    quell’ultimo respiro

    ancora sentirlo dentro

    e ridarlo fuori, all’aria morta

    e vederlo vivo quel respiro

    ancora forte, ancora vero

    E ho visto, alla fine

    i loro sorrisi nutrirsi di luce

    staccarsi piano dai volti

    ed emigrare sulle nostre labbra

    farsi in noi, continuare in noi


    Non c’è rimedio alla morte

    solo la vita, solo altra vita





    ELIO TALON


    È così che fa il dolore
    rompe in pezzettini piccoli
    che non si rimettono insieme
    si è grumo di frammenti
    vivi
    in movimento arcano
    la forma che non sono
    più e continuano
    a cercarsi l’unione
    e intanto vanno
    ad altro splendore

    Particelle elementari
    oltraggiate
    al loro desiderio
    di restare
    e continuare
    la crescita designata
    la creatura amata
    che più non è
    e non si riconoscono
    le distanze che spaccano
    e creano
    la nuova moltitudine





    MARCIA THEOPHILO


    L'Aquila

    Dorme la Terra, immersa nella notte,
    corpo immenso, madre,
    ma lievemente insonne,
    animali in riposo.

    Il giorno e la notte si trovano
    sotto un cielo squarciato fra terra e acqua
    il corpo verde dell’Amazzonia
    trema e riscopre il dolore.

    Il pensiero cammina.
    Spazi infiniti,
    forse più del cuore,
    come la pioggia bagna di lacrime terre lontane
    e amori di infinito desiderio.

    Malinconia spaziale,
    l’acqua coi raggi del sole
    si riunisce nell’altitudine
    percorre con le nuvole
    le distanze fra popoli.

    Lucidità del cammino vegetale,
    che mostra i fiumi della salvezza
    gli animali lanciano il loro grido
    sono forti nel mio poema verde,

    i venti che sfiorano le radici
    e raggiungono le voci degli uccelli
    con la loro memoria sono onde
    l’universo pulsa assieme.

    Dall’imbrunire all’alba
    sotto un cielo squarciato fra terra e acqua
    al centro della Valle dell’Aterno, L’Aquila.
    la brezza dell’aurora ridestata,

    segnale di pericolo, di mutamento.
    L’ avvolge in un intenso polverio,
    e la città riscopre il dolore,
    che la invade dal ventre della terra.

    Si mescolano preghiere nel disordine,
    portate dal vento, nuvole arenose
    create dalle mani dell’uomo,
    illogica selva di fili e pulsanti automatici

    Costruiti nel ferro assieme alle macchine,
    uccelli cantori impazziti
    pensano con il vento e vanno le foglie,
    Alberi! Io vi chiamerò per nome:

    Claraybas, Maçaranduba, Jacarandà,
    Pitanga, Araçà-mirì, Ibirapitanga.
    E Acero Montano, Faggio, Roverella,
    Quercia, Pioppo, Olmo Campeste

    canteranno tutti assieme.

    14 aprile 2009





    ISABELLA TOMASSI


    non avere paura dell’alto del micro del normale
    dell’ombra del gioco di tutto soprattutto! non
    avere paura della povertà la fame il freddo la libertà
    di come comportarti con ludo quando lo vedrai
    tra cinque dieci minuti, un’ora e di dormire
    sul divano perché la tua bocca non avrà più accesso
    ai suoi baci. Non avere paura di tornare dove
    non vuoi più vivere, soprattutto non avere paura di denunciare pubblicamente
    che l’esperimento umano
    iniziato con la punizione
    finisce con la paura assoluta. Soprattutto
    non avere paura che duri la paura,
    la paura sboccia piano, spacca le zolle con pazienza
    nel giorno che si festeggiano gli umani che non hanno paura.
    non avere paura soprattutto! non avere paura
    non avere paura non avere paura non avere
    paura soprattutto,
    soprattutto non avere paura, del sole alla finestra
    sull’orto, del vento, del silenzio della solitudine non
    avere paura delle tesi da terminare, di non
    riuscire a farla prima di morire di paura
    non devi avere paura di soffrire soprattutto
    non devi avere paura del pane, del pane, delle capre, della penna
    e le sue parole, non avere paura di sorelle cugine nonne
    mamme, soprattutto non avere paura dei pensieri
    freddi, del letto vuoto della televisione ogni giorno,
    non avere paura non avere paura delle siepi
    dei pioppi, del dente di leone che cresce, del picchio verde non avere paura soprattutto
    delle macerie, delle pietre alle quali vorresti rendere la loro vita, della città buia e vuota
    della burocrazia, delle bugie ben dette, del cemento della costa e dei forzati del divertimento
    no, non avere paura, soprattutto non avere paura che tutti intorno lasceranno che l’ingiustizia si
    compia senza il coraggio di fermare i bulldozer che spazzeranno via la mia assenza di paura, le
    bifore i cortili i ciottoli le fontane, il gelato in piazza, la storia del tuo primo bacio e la piazza del
    vino rosso con gli amici, soprattutto non avere paura dei qualunquisti e dei buonisti che sembrano
    non avere il corpo martoriato, è il corpo il solo che non ha paura che la trasforma nei cori
    nei cortei i girotondi con le mani-corpo che si salutano, questo corpo sopravvissuto
    parla
    ma soprattutto esiste non si elimina con caschi e i manganelli, non si elimina con il g8, non si
    elimina con l’indifferenza, né con il sarcasmo, la superficialità né con il fascismo delle menti

    collegare congiungere connettere considerare comprendere condividere continuare
    con-tutti
    con –amore




    ANDREA TROMBINI


    Fratelli di latte

    Come casette fatte per conigli
    Della stessa sostanza del coniglio padre

    Ogni giorno vedo questo scempio
    Pietre come fighe buone
    Per fottere
    Senza amore

    Pietre spappolate
    Sulla faccia spappolata dell’uomo più bello del mondo

    Anch’io potrei essere una casa
    E forse per lui lo ero già stata

    Penso che la natura è contro di me
    La natura può andarsene per la sua strada
    Io e il mio desiderio restiamo
    Come fratelli di latte
    Abbandonati dalla lupa

    Nella foresta





    FILIPPO TUENA


    La notte è l’intervallo
    (10 variazioni da un tema di Michelangelo)


    1)
    La Notte è l’intervallo.
    E’ la memoria
    delle tue parole.
    E’l viso che m’appare
    e non si lascia sfiorare.

    2)
    La Notte è l’intervallo
    dei battiti del cuore.
    L’arco che tesse
    la splendida attesa.
    La Notte è l’intervallo
    e Sole il punto fermo.
    La Notte dà riposo,
    e Giorno il peso.

    3)
    La Notte è l’intervallo.
    Buio freddo, Memoria,
    Fatica eppure
    Bella Impresa.
    Culla di Sogni,
    e Bealtà,
    (s’Amor mi fosse amico
    e conversasse meco).

    4)
    La Notte è l’intervallo.
    La Notte è cattedrale,
    arco trionfale,
    aria leggera
    eppure profonda e nera
    come del pozzo il buio
    Nella Notte mi tuffo
    come fossi fanciullo.

    5)
    La Notte è l’intervallo
    d’ogni giornata attesa.
    La Notte viaggio
    dall’Alfa all’Omega.
    La Notte è l’Infinito.
    La Notte è un passo
    da gigante
    sopra l’abisso oscuro.
    La Notte è sfera
    perfetta, nera.
    E’ il firmamento mobile,
    che solca la Cometa,
    che lo Zodiaco impera.

    6)
    La Notte è l’intervallo
    d’ogni parola attesa;
    d’ogni duttile impresa.
    La Notte allontana
    del giorno l’errore;
    eppure di notte
    si desta Terrore.

    7)
    La Notte è l’intervallo
    dell’eterno paragone.
    La Notte è un lampo
    che non ha paragone.
    La Notte balla,
    la Notte brilla,
    la Notte è stanca,
    eterna favilla.

    8)
    La Notte è l’intervallo
    d’ogni piccolo errore.
    Rassicura, rappezza,
    rincuora.
    La Notte è tenera culla
    d’ogni momento perso.
    La Notte ritrova, custodisce,
    annulla.
    La Notte ingigantisce,
    La Notte svela.

    9)
    La Notte è l’intervallo
    che intenerisce il core,
    infiamma Gelosia,
    stilla ‘l Rimpianto amaro
    e culla la Malinconia.
    La Notte è
    la distante Fantasia.

    10)
    La Notte è di notte
    che ogni notte
    che volo via.





    ANNA VENTURA


    Come un albero nero

    Ora che il mostro dorme,
    prendiamoci cura del futuro.
    I morti che non hanno conosciuto
    lo splendore di questo autunno
    riposano tra i crisantemi.
    In chi è rimasto, resta
    l'oltraggio della rovina e della perdita.
    Ma già le case cadenti si fasciano
    di ferro e legno, le nuove aspettano
    di mettere i fiori alle finestre.
    La natura ci ha dato una prova
    della violenza delle sue metamorfosi, conviene
    assecondarla, per resisterle.
    Bisogna avere il coraggio di cambiare,
    superare il dolore
    che precede la rinascita.
    Dall'albero nero, a primavera,
    nascono foglie nuove; in breve
    la sua chioma sarà piena e verde,
    mossa dal vento, abitata dai nidi.
    Che ognuno di noi sia
    come un albero nero a primavera.





    VINICIO VERZIERI


    Dal piano disteso della prosa
    s’eleva e s’immerge la poesia
    pronta ad aggettivare
    il sapore dei sentimenti.

    Il pullulare delle idee
    si fissano impronte cromatiche
    sul foglio
    per fecondare le emozioni
    e spaziare al di là del sociale
    senza distrazione.

    Gli opportuni dialoghi
    senza incontro fisico
    ampliano il valore umano
    e si dilatano profumo
    con grande senso carnale
    con pelle scura
    vellutata e calda
    da eccitare i sensi.

    L’autobiografico si fa universale
    quando edifica
    alzando la bellezza
    a patria
    da rispettare e difendere.


    21-4-2009





    ANNA ZOLI


    Ad Anna Maria Giancarli
    poeta d'Aquila


    Ho sentito nel rombo
    crollare la mia casa con la tua - Anna Maria
    sotto i detriti le tue parole con le mie
    i tuoi libri accatastati insieme ai miei

    Questo è successo il 6 aprile
    e il mio primo pensiero è andato a te

    ti ho rivisto allegra in casa mia
    segnare con lo sguardo
    percorsi di poesia

    Se tu sei salva sono salva
    anch'io




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