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I POETI ITALIANI PER L'ABRUZZO E L'AQUILA
LUOGHI D'ARTE E CULTURA
La parola che ricostruisce
Le Edizioni Tracce hanno organizzato, in collaborazione con l'Associazione Poeti Abruzzesi
(da un'idea di Anna Maria Giancarli e Nicoletta Di Gregorio), un movimento umanitario di adesione,
da parte dei poeti italiani, all'Abruzzo terremotato.
Le ultime drammatiche vicissitudini che hanno colpito l'intero Abruzzo e in particolar modo la città
dell'Aquila, distrutta nei monumenti più belli e storici dal terremoto, hanno scosso le coscienze degli Abruzzesi
e degli italiani tutti per le vite perdute sotto le macerie. Nella memoria collettiva si è aperta una profonda
ferita ma il popolo dei poeti sente una viva energia che li spinge a non arrendersi agli eventi naturali e
all'incuria degli uomini, attraverso la poesia e la creatività.
Il movimento umanitario intitolato I poeti italiani per l'Abruzzo e L'Aquila Luoghi d'Arte e Cultura -
La Parola che ricostruisce, crede che la forte voce dei poeti debba unirsi nel promuovere idealmente
la ricostruzione dell'Abruzzo e in particolar modo dell'Aquila: vuole che la città e il territorio rivivano nella
loro memoria storica e artistica e nei loro importanti monumenti conosciuti e apprezzati in tutto il mondo,
in modo da non dimenticare, quando i riflettori si saranno spenti, l'importanza della ricostruzione
storico - artistica.
Molti tra i maggiori poeti italiani, che ringraziamo di cuore, hanno aderito all'iniziativa inviando alcune poesie
che sono di seguito riportate.
Si sono svolte già due letture di poesie il 29 aprile alla tendopoli del campo sportivo di Paganica e
il 30 aprile presso la tendopoli di Piazza D'Armi a L'Aquila.
(Troverà indicazioni sulle manifestazioni tra le "Iniziative").
I POETI
LE POESIE
PINA ALLEGRINI
Padre terreno ora in cielo
ma dove cammini se ancora
ritrovo i tuoi passi in questa casa
la tua voce benedicente e benedetta
il tuo sorriso indicibile
ma dove te ne vai se appena ti chiamo
se arrivo appena a sfiorarti con lo sguardo
dove ti nascondi
che io non possa più trovarti?
Eppure non voglio trattenerti
né parlarti o raccontarti
pene che tu non conosci
né chiedere a te l’Inconoscibile
Resta un attimo solo te ne prego
Dammi un attimo solo del tuo Tempo
Il tempo per me di ricambiare
il tuo sorriso
(da Grafica del silenzio, 1998)
ANTONIO ALLEVA
possa l’invisibile fisarmonica che già risfuma
l’estate dietro gli orti
possa ancora cantare
cantare ancora cantare
possa addolcire, questi momenti di alta friabilità voluti dal Custode
possa tenere a lungo compagnia
a chi s’è ritrovato per destino la beatitudine l’incendio
e l’io
ANGELA AMBROSINI
Alla luce che indugia
Alla luce che indugia
a occidente, sospesa
tra folate d’ombra s’affaccia
di nuovo la nostra corsa
diseguale nello slalom
dei giorni: uno dopo l’altro
in volo radente
desolati o propizi migrano
impigliando relitti di speranza
nell’ordito del cielo
e di nuovo e ancora
ci sembra il passato a tratti
così vicino da rianimare
fragili gioie di cui piangemmo
il naufragio.
Presto sarà l’avvento,
non chiederci quando:
a ciascuno è dato nel tempo
penoso un segno ritrovare
benigno.
(da Fragori di rotte, Tracce 2008)
STEFANO AMORESE
Una vana speranza
Una trenodia di 99 cannelle
accompagna sommessa centinaia di feretri in fila
sulla piazza d’arme della caserma
dove inerme depone le insegne
anche il Guerriero di Capestrano
su cenere e porpora asperse sui crisantemi…
Sono Preghiere di Dolore
per la Terra martoriata
che Nostra Signora delle Lacrime
non può lenire…
Nonostante il rammarico
di quel sofista politico
sospeso a mezz’aria
disarcionato a cavallo
della ruspa dentata
a cui è stato sottratto il boccone…
Per una mano emaciata
sporta fra i cumuli
di architetture di sabbia…
prolungando la Vita
e una vana speranza.
RAYMOND ANDRÈ
NOSTRO SIGNORE DELLE TENDE
è vero c’est vrai credo Mondieu
almeno qui in terra credo je croi con l’amen sulle croci
nessun dubbio sulla Tua presenza qualcuno in più
sulla Tua onnipotenza sotto le ciel ordinaire
per via del dolore innocente
siamo il tempo di vedere passare le Tue varianti umane
dicono predilette
l’erede frugale il clandestino chiamato solo per caso
lo sfollato
un parapetto sul mare
ANDREA BARLETTA
La Speranza Aquilana
Le taciturne vie,
brindelli di muri,
spettro sacrale loco,
ove imprecare il Redentor.
Scosse spesseggiano,
gramole del cuor,
gragnole nella "coccia".
Terra mia aprutina,
dal sussultìo veemente,
nulla più come prima.
Incombe la fredda verde stagione,
è gramo il tempo,
obnubila.
Il tremolìo è bislungo,
un sonno subbissato,
nemmeno un vestimento,
le frigide bacchette.
Le martiri giovani vite,
brillanti baldi discenti,
strazio in ogni borgo natìo.
La mia gente è una roccia,
sradicata,
in tende provvisorie,
cordialità e fede.
Risorgerai,
Aquila nostra,
la patria tutta,
ora si riscopre più solidale.
L'uomo è più conscio,
conscio del male materiale,
di lucifera "mammona",
che frantuma palazzi.
Angeli in ausilio diuturno
soverchiano cataclisma notturno.
La madre lacrima,
bramìto straziante,
stringe tra le dita
una croce di speranza.
GLADYS BASAGOITIA DAZZA
Rinascita
risorgere dall’abisso del dolore
neonato alato nello spazio immenso
pensieri azzurri
sentimenti vivi
carovana di speranza nel deserto
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GIULIA BASILE
I tuoi occhi
C’erano i tuoi occhi davanti a me
quando mi sfiorasti l’ultima volta
per proteggermi dal freddo.
C’erano i tuoi occhi dietro la mia nuca
quando mi vedesti cadere
e le tue braccia,
che pure tante volte mi avevano afferrata,
non ressero il peso di quel presente
orfano
respinto e inaspettato.
C’erano i tuoi occhi su di me
sulla mia bocca
quando con un ultimo bacio
chiudesti le mie labbra aride
bianche di polvere
sporche di rabbia e di paura,
deluse dal ricordo
che non potrà più essere
memoria di un grande amore.
C’erano i tuoi occhi
muti
offesi dalla violenza,
tra mille bare.
FRANCA BATTISTA
Nell'eremo
Ri-comporre reperti e miniature
per trattenere aviti germogli
in rari scrigni di “gemme” e di parole
nell’eremo del vento e del Perdono
ove la pietra d’angolo permane
a scardinare il vuoto
che ora incombe
nei per-corsi dell’Arte
Su triti smerli d’embrici
e resti evanescenti di calcine
si s-compone la linea dell’ogiva
ora sorretta da lesene d’aria
e mentre rocchi in dissesto
puntellano memorie
tra sterpi ocra si schiudono boccioli
e lentamente si ricrea la Pace.
FRANCESCO BELLUOMINI
All’ombra del Gran Sasso
I
Finita la stagione dei reality
prenotato dall’Inter lo scudetto
in mezzo ad una stramba primavera
decidere di farmi prigioniero
d’un presente svuotato del passato.
All’ombra del Gran Sasso le spianate
i cumuli dei sogni frantumati
dall’impeto nel fondo della notte:
ma come motivare tanti lutti
le case sbriciolate in mille pezzi
e l’impietoso tempo di quei giorni.
Ma forse basta tendere l’orecchio
ascoltare la gente risoluta
le grida nel giocoso dei bambini,
per scorgere speranze nel domani.
Inadeguato modo per trattare
un popolo di grande dignità,
ma come prestar voce tra le tante
se non tessendo labili parole
dall’ultimo scalino della piazza.
II
Ma forse si richiede d’esser dotti
di scrivere con tante citazioni
il disagio dell’esser sfollati
in gruppi di tendopoli posticce.
Ma penso che non c’entri l’Accademia
dei Virtuosi ed il Socrate pensiero,
nemmeno Freud sembra faccia al caso
nel violento realismo della morte.
Qualcuno, sottoforma di giustizia,
la spada dell’Arcangelo Gabriele
sguainerà contro draghi del mattone
ed altri, con laicismo vescovile,
allestiranno pulpiti e sermoni
scagliando come pietre l’omelie.
Così, nel disarmare Don Chisciotte,
spero di dare senso alla pietà
e ricordo nel scene di perdono,
le strette mani sotto le macerie
di coppie in abbandono delle forze.
25 aprile 2009
MARIELLA BETTARINI
TREMENDO TERREMOTO IN ABRUZZO
(acrostico)
Tremendo moto della terra che – tremando –
Ruppe (d’aprile – il sei) la vostra pace
E – di molti – di molte – si prese la vita
Mentre L’Aquila (la città) – le campagne – luoghi
E paesi - e l’arte – l’arte - la
Natura bella tremendamente si squarciarono - con
Dolore e dolore e dolore ed
Orrore inspiegabili se non pensando – nel pieno del
Tremore – a troppe scosse – moti – a qualche pre-visione terribile
E… - ma di questo basta! Riprendo - mentre
Rivedo con angustia le vostre tendopoli - le ir-
Risolte dimore impossibili - i nuovi “nidi” sulla costa
E il ritorno – il rientro (presto!
Ma presto!) – i “punti” assegnati – le casette - le
Opere d’arte in lista d’attesa - le
Tenaci (o turpi?) promesse – le proposte
(O no?) – i lutti – le fatiche (“WE CAMP”) - le meraviglie di una
Italia troppo spesso s-venduta -
Natura ed arte – presenze dell’umano
Allenate a resistere – a respirare con
Boccagli – ché l’aria che qua respiriamo è
Rotta da nubifragi – terremoti – e voi – vittime pazienti e forti di
Una tremenda calamità – portate ora (ripartendo da
Zero) il numero più alto – la riserva più nobile di un tale
Zelo coraggioso da empìre e empìre terre e
Oscuri e luminosi cuori: questi – vostri e nostri insieme
agosto 2009
MARIA CRISTINA BIGGIO
Non hanno labbra i santi ... ?
W. Shakespeare
"Poiché non sapevamo né dove né quando
ci avreste salutati, prendemmo a sfiorare le cose
con lo sguardo
come distrattamente fa la luce
a Collemaggio quando dice
È giorno oppure È notte, svegliandola o facendola dormire
nel bagliore delle torce
poi trapunta
di piccole candele
via via colate in cerchi d'oro dentro il sonno—
e in quella rotazione quotidiana della terra sul suo asse
lei si affida e crede,
come i perfettamente amati
sempre fanno,
all’odore del tempo scandito dalla pece
o dalla cera
sui cristalli elementari
delle rocce, dove
l'attrazione verso il sole in qualche modo resta
nel gioco
di pieno e vuoto
di ogni fenditura,
dentro l'ossatura del buio fin sotto l’orizzonte,
fino al più basso grado della visione
quando l’occhio nudo riprende a vedere l’esclamazione
delle stelle
e in quell’allineamento degli astri lei attende
che l’oscurità
piovuta addosso
da un’inclinazione più forte del crepuscolo
finalmente si diradi sui tralci dei caprifogli
in lunghi lampi
accesi a fiori
e foglie sul
clamore monumentale della sua facciata
perché no,
non può crollare
quel sogno celeste eretto a ricordo
sui conci bianchi e rossi, né può cessare
il mantice del vespro sulla porta spalancata
la sua fronte
è fuoco chiaro
è acqua
che accoglie il pellegrino e lo risana.
Poiché vedevamo le cose sfiorate a una a una con lo sguardo
farsi trasparenti poi piegarsi immerse più lucenti
sul desiderio della sera
come riposte in uno spazio che più non capivamo
(era la parete di una stanza quella fiorita a mezz’aria?
o solitudine
di pioggia e sabbia che insondabile si spacca
nel minimo dettaglio di un verso
già da tanto sofferto dalla terra?)—poiché d’abitudine amavamo
e aspettavamo di scoprire il metro necessario ai versi finali,
voi, cari santi,
labbra alla preghiera
destinate, prendeste
a fare con le labbra quello che le mani fanno,
palmo a palmo il vostro bacio
ci toglieva dalle ciglia
l’inganno
della polvere
senza più gravità
sollevata da noi a voi, irradiata nel mezzo di minutissimi frammenti
Non piangete, dicevate,
è trasparente
la luce zodiacale che in uno ci comprende oltre l'orbita terrestre."
DANIELA BRUNI CURZI
E sia così per te (popolo abruzzese)
Nessuno capirà mai cosa si provi
all’arrivo del boato distruttore.
Al sentirsi sgomenti, e allucinati
nell’esatto istante che
la schiena del mondo solleva e disarciona.
Si spezzò il tempo, quella notte,
nei tremori angoscianti e negli echi arrochiti
Tutte spente le stelle in una volta sola:
nei ritorni improvvisi della terra che s’apre
e della terra che chiude.
Nessuno capirà mai dell’essere afferrati
e dell’esser lasciati,
della perdita, del possesso,
stretti nel morso universale
dello scoperchiamento.
Dell’aria pesante che ostruisce la gola,
delle voragini, delle pietre, delle ceneri,
del sentirsi stritolati a stomaco compresso
con gli occhi strizzati che non vorrebbero più vedere.
Accasciati, spogliati, stretti a tiepidi coperte
come umidicci lombrichi.
E nel trascorrere lento, straziato e muto
delle ore, sporti sul precipizio
del più grande dei tracolli
eppure rincuorati d’averla scampata.
Chi può sapere cosa si prova nello spaesamento
nel frugare di strada in strada all’incerca d’un volto amato
con un nome tremante in bocca e nel battito delle tempie,
per trovarsi infine col cuore sciolto
dal nodo della disperanza in un insperato sollievo!
Può un pensiero, una parola, un verso scalfire l’orrore?
Ma tu non vestirti di ieri, non vivere reciso,
non bearti del già vissuto, fronteggia l’inazione.
Lasciati cogliere da un fiotto nuovo d’essenza speranzosa,
fatti catturare dalla trama sottile del rinascimento.
E sia così per te. Perché tu c’eri. E solo tu sai.
Attenderai, ritto innanzi alla porta,
col riserbo dignitoso d’un popolo antico e fiero
e verrà…verrà il superamento:
il germogliante risveglio d’albe nuove e liete!
E sia così per te.
BRUNELLA BRUSCHI
Terremoti
Una fine precoce il distacco
dalla radice fresca
abbarbicata alle certezze ctonie:
paura è l’abisso di buio
il silenzio di polvere
dopo il fragore della scossa
la storia di chi ami
schiacciata da macerie.
Non c’è fatalità
ma il forsennato mercato di sabbia
a cui si pretende valore
l’incuria fatalista
che promette introiti
il sisma dell’umano che procura
baratri ogni volta più penosi.
MARIA GRAZIA CALANDRONE
Questa, la luna
Lei riempiva le cavità di lui come una bestia riempie la sua tana
lui la portava come una venatura di argilla
pullulante di piccoli animali.
Poi la notte allungava la sua mole di assi sui soffitti e sulle orditure
dei solai che sorreggono tutta la struttura e solo gli iris pieni
della stessa abbondanza
si ripiegavano perché più dolce e impervio
fosse lo scomparire.
La luna le portava le visioni. Lei non riconosceva
i sessi, gli diceva so che ti salverai
e mi lascerai qui come energie che gonfiano la terra, come intonaci molli
non appena le voci inizieranno
a diradare e si sentirà solo
il sussurro oltreumano della polveriera. Tu mi rinnegherai
prima che il tuo destino abbia consolidato la sua salvezza.
Ma lei vinta ne regge la struttura morale nonostante il crollo
di torre campanaria e lo vede
comparire ogni notte sotto la luna come un grappolo di larve
la fiammella di un arto non sviluppato
e la bellezza del sorriso rotta da una traccia umana.
Nonostante il suo nome sia spento
lei lo chiama, senza nome
lo chiama e senza volto – con la luna soltanto, con la cenere e con la solitudine
di un astro.
(12 aprile 2009)
ORNELLA CALVARESE
Ed eccoci,
figli spensierati della tecnica,
ad un tratto,
gettati così nell’avito terrore
nell’antica minaccia degli elementi,
e sprovveduti tremiamo
come trema la Terra che fino a ieri,
ignorata,
taceva.
Ed ecco,
ci è giunto il grido
Terra-Madre,
e squassando le nostre certezze
di nuovo ci attrai nel mistero
dell’eterno essere al mondo.
Effimeri, caduchi, perituri,
solo passanti,
attoniti fissiamo la morte
in lunghe file di bare immote
che nel permanere del trapasso
indicano la grazia del movimento.
E vi penso,
Aquila austera e limpido cielo
dei nostri inverni troppo lunghi,
e rivoglio l’angolo di pietra e il selciato bianco,
rivoglio l’odore del pane nelle piazze,
e i vicoli affollati di gente,
rivoglio le impervie salite e i dolci pendii.
Rivoglio il mio medioevo di sassi e vecchi muri,
le ruelle, le scalinate,
rivoglio,
le piazze appartate,
il gorgoglio delle fontane...
Voglio...
ma cosa volere ancora
in questo greve silenzio di città abbandonata,
cosa chiederti
vecchia città
che di ben altro tempo vivevi.
E siamo qui,
macerie di macerie,
già remoti e alieni
alle nostre vite di ieri.
Lo spirito inciampa
nel pensare al domani,
solo il gesto di ora ci motiva,
solo l’istante del dopo istante ci consola,
e soffriamo,
delle chiese cadute e dei libri sepolti,
delle creature volate via in pochi istanti,
dei quadri, delle statuette divine,
delle suppellettili delle nostre giocose vite di prima.
Cosa essere infine,
se non del mondo tutto
trasmigratori senza bagagli,
se non abitanti di altri luoghi
che sono lo stesso luogo di sempre,
se non effimeri inquilini
di ogni dove?
ANDREA CATI
Al di là di questa stanza
Ritorno al mio passato e trema questo palmo di terra
coltivata al centro di una penisola, in alto tra le rocce.
Rasa al suolo la distesa offre altro spazio
per immaginare un domani popolato da case
piazze, giovani radici e uomini bianchi disegnati
dai calcinacci di questa storia che ritornerà
frequente, crepa nei bilanci degli anni
riesumata dal campo dei miei sguardi.
Comprendo la statura di quella foto da una bocca
spalancata a restituirmi il terrore. Amore
non fermarti, non rinunciare, scava ancora
elimina con me la sabbia che non regge
le inutili notizie, gli sciacalli dei ricordi.
È nell’equilibrio di quella faglia che si rivela
il mistero del nostro durare: guarda, c’è un corpo
un tempo dissanguato da curare.
È nella solidarietà che riconosco il bambino
libero di rotolarsi in un’amicizia assegnata
da quei venti secondi avvitati in un boato:
l’aprirsi di una finestra al di là di questa stanza.
NADIA CAVALERA
PER L'AQUILA
POTENTIA DE LU PATRE CONFORTA ME
Dov’è il cucinino la tendina del lavello
lo strofinaccio biancoblu all’appendino?
SAPIENTIA DE LU FILIU ENSENIA ME.
Dov’è la terrazza giardino
gli uccelli la gatta la canna d’india il gelsomino?
GRATIA DE LU SPIRITI SANCTU ALLUMINA ME.
Dov’è la collezione di acquasantiere
fischietti cartoline presepi gatti pupi lumiere?
(: l’aquila invola alto il coraggio ma gli sciacalli aspettano la morte per lucidare le forze)
Dove sono i quadri e le pareti? tutti i miei libri vivi?
E le foto gli album di famiglia immagini di bei giorni griglia?
K’IO TE POÇA AMARE ET TEMERE ET POÇA FARE LO TUO PLACERE.
Dove sono i figli nipoti fratelli amici vicini?
E le strade le chiese i palazzi i luoghi laghi di cuore?
MÉ POÇA SPREÇARE ET TENERE ME VILE.
Dove sono le mie memorie?
E IN REU MORTALE NON POÇA CADIRE.
Lacerato barzellettato negoziato al suolo raso non sono io queste scorie
E LA VITA ETERNA NON POÇA PERDIRE.
La perdonanza non è più la mia danza di stanza
AMEN e sia
I versi in corsivo sono tratti dal libro di preghiere di Celestino V (Museo Nazionale dell’Aquila).
DANIELE CAVICCHIA
Lei siede immobile come il dolore.
Ciò che vede sono macerie, ciò che resta
è quello che trema nelle sue vene.
Lei aspetta e non ha voce,
nessuno ha risposto nel silenzio imperfetto.
Una casa è dove tornare
la distanza non darà la misura
della conoscenza, quella abitava lì,
nell’angolo del focolare, sull’impronta
conosciuta della poltrona, nell’angolo segreto
dove ogni parola era una promessa.
Un mattone non è una casa
eppure un nuovo inizio,
quello che vede è una sedia vuota,
un tavolo disadorno sopravvissuto al proprio ospite.
Dei nomi sono rimasti, suoni duri
di parole senza colpa, parole
inconsapevoli della loro morte.
Quello che resta non è ciò che era
ma non permettere che un giorno trascorra invano.
MASSIMILIANO CHIAMENTI
[senza titolo 1]
come può la mente star bene sepolta nel dolore del corpo? la leggera gioia della conoscenza volare
nell'orizzonte dell'eterno infinito ancoràta com'è alle contrazioni di uno stomaco sfibrato e vecchio
e agli impeti improvvisi di vergognose diarree? non può. perché nel mondo tutto, tutto è economico,
e la fame e la tabe e la necrosi incidono le vene del cervello scavandovi rughe asfaltate di sangue
livido. non resta che arrendersi. e attendere l'inevitabile. non resta che cercare di conciliare
il bianco con il nero, almeno in qualche raro punto, oasi, tenda sbattuta dal vento gelido di un
fuoco torrido.
[senza titolo 2]
risveglio di spilli. come un'idra l'edera mi avvolgeva il calcagno con i suoi viticchi e non mi lasciava
lucidare lo scudo in riva di scamandro. lontani i busti dei kouros, restavano solo i quattrini di plastica
dei mafiosi armati di pistole, coltelli e artigli, che mi cercavano per derubarmi, uccidermi, e torturarmi
lentamente. tentavo in un quadro di incorniciare una natura morta, ma la vetta della torre si carbonizzava
e la memoria di mio padre si perdeva tra le acciaierie della piana tra le risate dei ragazzi. avrei dovuto
anch'io, anch'io come quel grande inaugurare i giochi nel giorno esatto che la pietade, sì, che la pietade
(quella!) mi richiedeva, io a me stesso non più ricusante, ma la memoria, la memoria come un calcolatore
sbrodolatosi di birra si perdeva nelle fibre del terrore pungente, e il rivo delle lacrime grondava nella
vasca miscelandosi a un'acqua saponosa come di vagina, grondava lesto lesto in quell'utero rassicurante e
umido di bagnettino anni settanta.
Poesie tratte dal libro "paperback writer" in corso di stampa presso Gattogrigio editore (Monza)
CHIAPPANUVOLI
L’effigie del mai presagito
Quel che stridette di certo
furono i denti nel fragore
improvviso del nostro tetto.
Nelle calme notturne ore
vano fu stringersi nel letto
braccati dall'atroce rumore.
Protratti sogni all'infinito
s'incastrarono nel sordo crollo
delle mura dal colore sbiadito.
L'impotenza scuote al midollo
coll'effigie del mai presagito
tranciandoti la vita nel collo.
Oh, dispersi negli affari di Dio,
sia la vostra memoria immanente
ogni giorno un sacro dovere mio.
Oh, figliol caduti delle Patrie,
possa la nuova pietra fondante
'ser degna dell'anguste nicchie.
Oh, raminghi spiriti e tormentati,
abbia il cor vostro forza bastante
per conceder grazia a uomini incauti.
DOMENICO CIPRIANO
Dialogo con la terra che trema
Ogni volta che mi parli (terra) urli
il tuo governo, sibili dal ventre,
dai tormento e incrini la mente.
Ci sarà un dopo e un prima, un pensiero
ad ogni dovuta circostanza, e le ombre
ferme sulle foto saranno altre, di altra
vita. Di questo mi parli nella somiglianza
degli eventi, tra le mie rughe segnate
contro gli anni e le crepe che generi
sui muri e – se dimentico – si accumula
la polvere che preme sugli oggetti:
dice che l’hai dispersa quella notte
gemendo sopra i corpi, tra gli affetti.
ELENA CLEMENTELLI
Paura
All’attacco
solo precarie trincee.
Alla disfatta
sbriciolati ripari.
Il buio avanza senza pietà.
Stringe come le spire di un serpente,
soffoca il grido che ti urge nella gola,
nessuna via d’uscita,
nessun aiuto da nessuno.
Correre correre correre,
un’inutile fuga
dal mostro che insegue,
più agguerrito,
sicuro di vincere.
Di fronte, solo il baratro
dove precipitare
è l’unica risorsa concessa.
IGINO CREATI
La bara bianca
Pensavi, cara, ad altri approdi
a una festa di sogni per esempio
appoggiata serena
a un diverso muro che non crolla
e non sotto le pietre
ad ascoltare qualche passo (e non una quiete)
e a cercare un grido a mani tese
una piccola stella
e turchina.
È accaduto
accade
che la tua bara bianca accolga ancora
gli stessi tremori di quella di tua madre.
M'inoltro nelle vie ora dolorose
dove la tua impaziente fantasia
creava tranquille immagini di mondo.
E tu correvi verso le svolte a te familiari
a cercare nuovi nascondigli
a estinguere le prime voglie
un ardore d'anima
ora volato
sopra ogni parete non franta.
Mentre svanivi
dov'è – magari ti chiedevi –
la rondine d'aprile
il fiore stretto nella mano
il luogo per sempre perduto?
Fossi maturata nel sigillo d'una gioia
avresti mostrato a noi
intera la grazia del tuo volto.
Ora che libera sei in altri cieli
sottile una fiamma ci riscalda
che rinasce appena spenta
umiliata ma rinasce
e ci richiama a memorie
a verità.
Intorno a una tenda oggi s'inseguono
voci malinconiche di bimbi
non la tua
nemmeno dal fondo inesplorato d'una via.
Comunque come lapide
resti
per me per sempre illesa
anche in questa breve pagina di maggio.
EUNIGEA D'ALFONSO
L'Aquila 6 Aprile 2009 ore 3,32
Inerpicata sul declivio di un monte
s'erge gloriosa, altera
la città dell'Aquila
della regione d'Abruzzo la capitale.
Superba ella troneggia tra stendardi antichi
per rievocare le gloriose gesta della sua storia.
Nel suo passato tanti sismi l'hanno colpita
ma sempre ella è risorta tenace e prode.
Questa terra così frustrata
ha dato vita a un popolo caparbio e fiero
che seppe sempre riportare in auge
la sua città amata.
Il sisma nuovamente di notte l'ha reaggiunta
il 6 Aprile del 2009.
Il tempo passa, il dolore assopito resta
ma è sempre vivo, risorgente
ed attanaglia il cuore.
L'Aquila è rimasta, non è un fantasma,
ritornerà vivente più di prima,
impererà sublime tra le montagne
unitamente alla fierezza innata
della sua gente.
Nel tempo tu, città di gloria e d'intelletto
darai nuove virtù
a questo meraviglioso, generoso Abruzzo
e tanto lustro unito alla speranza
per un avvenir brillante senza fine...
CLAUDIO DAMIANI
Oggi guardavo le montagne
I
Oggi guardavo le montagne come stavano buone
zitte e ferme senza dire niente.
Il vento era forte ma per loro era come se non ci fosse,
i boschi erano radi
per un lento, secolare degrado,
ma a loro sembrava non importare molto,
stavano lì sedute nel loro posto, quiete,
stavano zitte come per ascoltare meglio
qualcosa che noi non sentivamo.
IV
Se un uomo o un animale, avvolto da una nube,
vaga per la montagna fino a morire assiderato,
o colto da una valanga viene seppellito nella neve,
o cade in un crepaccio da cui non può risalire,
la montagna non può far niente, non può aiutarlo in alcun modo
ma non pensare che non soffra, che non provi compassione,
non pensare che lei, dura come la pietra, non pianga.
Nota:
Queste due strofe fanno parte di una composizione più lunga, in quattro movimenti, ambientata sul Gran Sasso, e riferita in particolare al Monte San Franco.
ROBERTO DEIDIER
Dove la brina la mattina si stende
Fra gli occhi e un paesaggio rotto
Dietro un velo di plastica, non chiedi
Da quale finestra guardi al mondo,
Se questa è una casa accogliente
O un punto anonimo sulla mappa d'uno stadio.
Né chiedi se ancora esista il profilo
O il suono dell'abitudine.
La linea dell'orizzonte è un dolore trattenuto,
Una ferita nel deserto senza nome.
Stagione di ruspe, di voli meccanici
Intravisti se improvviso s'apre il cielo
Dov'erano tetti e comignoli vivi.
Non resta che abbracciarla, quest'aria.
RITA D'EMILIO
L'Aqula 6-4-2009
A te nuova Araba Fenice
dalle nobili ali,
che spicchi dai massicci erbosi,
città dove l¹acqua sgorga da innumerevoli sorgenti,
antiche basiliche riecheggiano preghiere e perdono
da colui che solo eremi abitava.
fede e coraggio infonde tra i muri sgretolati,
caduti,dispersi tra urli e boati!
Tutto è sospeso,tutto è sommerso
...il vento trasporta polvere sugli alberi ai primi
germogli di aprile,che attendono in penitenza
e speranza,colui che la vita ha dato per te
che piangi senza capire
Privo di sguardo assisti alla materialità devastata, schiacciata!
Ma tu che abiti la terra della forza e del coraggio, non guardare i sassi impolverati,
gli occhi eleva a colui che tutto
trasforma e tutto può!...
ANTONELLA DI BARTOLOMEO
Terre in moto
Trema la zolla
grida la folla
che smarrisce la via
ma non la ragione
Nel silenzio di una tenda
la noia non trova posto
tra pensieri, speranze e ricordi
aggrappati ai capelli
Amica ora è la mano
che ad ogni vibrazione
intuisce la corretta posizione
la presa perfetta
per fuggire e scansare dalla mente
le immagini oscurate di un orrore...
FRANCA DI BELLO
E la terra tremò
Un cielo senza luna sfiora l’orlo di una notte.
Un lampo squarcia l’abisso
Valvole bruciate, il cuore nel baratro,
fili sospesi, vita lasciata sulle impronte delle dita
il calore solleva il prato,zafferano puro,
i crochi violacei sfumano nel cielo che albeggia
i bimbi intrecciano pratoline su assi di legno
tra spolverate dal gelo di neve.
I monti massicci, belli, avranno ragione di credere
A chi è sopravvissuto!
NICOLETTA DI GREGORIO
In ricordo dell'Abruzzo 6/4/2009
Immoto
ci sovrasta in tenerezza
un cielo che deborda
e invade in prospettiva
ogni timore
nell'abbraccio freddo
di pietra
polvere e fango
nel magma
confuso d'universo
peso di terra
che opprime
i sogni degli angeli
e in respiro remoto
tramuta l'essere in lampi
di sé
ROSANNA DI IORIO
6 APRILE 2009
Come sono basse, oggi, le nubi,
mormora un diario tra i sassi
sfuggito ad un sogno, mentre una rosa
e una panchina in un angolo di giardino,
parlano di un amore
a lungo carezzato.
Tutto spezzato, ucciso, capovolto
Sotto il segno del toro. Con rottura.
Non suono di campana,
non canto d'un bimbo,
non passo d'un anziano.
Case, chiese, scuole
su una roccia in pendenza, hanno paura
come tant'altre di precipitare.
Dalla polvere un cane ulula fermo,
categorico e breve il richiamo
al suo padrone. Non è felice di
ritrovare al mattino intorno a sé
un cielo nero e polveroso.
Io piango.
Grido sui passi spenti dei fratelli
miei poveri d'Abruzzo.
E prendo la mia terra nella mano,
calpesto la sua nebbia, ne raccolgo
le parole perdute, una bambola, un sospiro
che reclamano la vita.
Tu non sai: quelle case, quelle chiese,
quelle fonti, quei pascoli, quei curvi
lampioni - anche se spenti -
- tra queste ore lente -, quelle valli,
quei monti: quelle lacrime, quei morti!
Sono le nostre luci, i nostri cuori,
nostri unici spenti segnalibri.
Perché ci sono nella vita cose
che si possono capire
solamente in ginocchio.
GRAZIA DI LISIO
Elegiaco
Un fremito scuote la terra,
livida ansante rinsecca le viole.
La terra ci nasce ci muore,
la terra dai lembi slabbrati
muta di belati sgozzati,
di fiordalisi gualciti.
Di quante madri ha bisogno la terra?
Del seme spogliata
di ghirlande di rose e viole,
silenzio ora trema di foglie.
Sipario di sabbia di rabbia!
Chi è vivo se ne chiede ragione:
ha un senso il dolore?
Ma gingillo primario è potere,
un diadema di vuote parole.
Pure la clessidra impazzita
di nuovi germogli accorda la vita
(6 aprile 2009)
MARIA ANTONIETTA ELIA
Il mio canto
Svolazzo
con ali di farfalla
sulle cimase delle case
che conservano ancora
brandelli di vita
e mi pongo in ascolto
di un battito lieve
o di un respiro
che non ha voglia di spegnersi.
Non disdegno
i nauseabondi odori
che impregnano l'aria
e i torbidi rivoli
che scorrono sotto le macerie.
Inseguo
il passero che si allontana
con pochi fuscelli di paglia nel becco
e ricompone il suo nido
in aperta campagna
dove il mio canto
si confonde con il suo.
SARA FASCIANI
Nella sciagura Dio è con noi
A tutti gli abruzzesi
6/4/2009
Quando il dolore delle perdite è profondo,
profondo come il fragore spaventoso
del suolo d’Abruzzo impazzito,
che ghermisce giovani, vecchi, bambini,
inghiotte case, palazzi, monumenti e chiese,
Dio è in mezzo a noi!
E ogni superstite trova la forza di reagire…
con occhi asciutti dalle lacrime,
guarda avanti.
Gli abruzzesi, forti figli di una dura terra,
non si arrendono…
Cercano tra le macerie i ricordi, gli affetti
i simboli che raccontano
un pezzo della loro
vita e caparbiamente il viaggio terreno continua.
Dio non ci abbandona,
lo percepiamo dalle persone che ci soccorrono
come schiere di Angeli pronti
a coprire le ferite con le loro ali.
Dio è vicino a noi!
Da questa fonte di amore scaturisce,
come acqua purificatrice,
lo slancio di umanità e di solidarietà,
il coraggio e la dolcezza delle mamme
nelle avversità.
Dio è con noi.
È nei bambini ignari e giocosi
presso le tendopoli
che eludono messaggi di tristezza
nei volti degli accampati.
È nella voce dei nonni
che pensano ai nipotini…
È nelle persone che riescono a stendere per poco
un tremulo, fragile velo di oblio
sui disagi, sulle privazioni, sulle lontananze,
sulla catastrofe
e rispondono sereni a chi li cerca…
Trillano e trillano i telefoni…
il conforto non manca
la speranza cristiana non muore.
Oggi più che mai, Dio è in mezzo a noi!
LEO FEDELI
Notte da tregènda
veglia l'uomo nella tenda
le spoglie in piedi alle
Anime Sante
il cielo dentro
le navate e la luna e le stelle
accanto
le vetrate infrante
a terra
riversi e distanti i sacri bronzi
grèvi di polvere e presàghi di lugubri
silenzi
GIANCARLA FRARE
Fuori neanche albeggia
e l'ombra s'è infittita
sul davanti.
E d'ombra è piena
pure l'occasione.
Nè serve
alla fine del mattino
quel raggio.
A definire chiaramente il luogo.
UBALDO GIACOMUCCI
ad Anna Maria Giancarli
non ci sono più pietre nel cuore
né catene, ma specchi, redenzioni
e scoperte; una concezione indiscreta
ci scardina ogni giorno e in televisione
c'è un solo volto che non sappiamo
scrutare (troppi dolori in tasca
con un sapore immeritato di sconfitta,
e una ferita che brucia l'anima
perché non sappiamo chiedere, eppure
hanno sfilato in un centro invivibile
quelli che non ne conoscono la violenza
spia alle tue ore l'ombra di una casa,
un sogno inabitabile che al caldo
ha ceduto una rosa e l'acqua del mare
ANNA MARIA GIANCARLI
Immota Manet
A Giustino Parisse
Agli Aquilani nel dolore
pacha mama terra buona madre terra
che nutri germogli ospiti la vita
se tremi incuti terrore distruggi inaudita
i sogni i bianchi merletti della città costruita
l’aquila altera di roccia precipita straziata
quale vento asciugherà di lacrime la pioggia
quale sole scalderà il dolore compresso
in eterni secondi ladreschi avvinghiati al cuore
motus terrae contorce chiese palazzi fontane
cancella esistenze scompiglia vissuti oscura il cielo
azzurro terso che fascia col flusso del tempo
monumenti piazze e case pulsanti d’energia
silenziosi i vicoli medievali mostrano ferite
e s’allargano crepe lesioni anche nei cuori
di chi porta negli occhi bifore archi cortili
eleganti nel loro pudico splendore
immota manet nel moto la città immota manet
per chi l’ha vissuta e amata pietra per pietra
immota manet musicale creativa manet
dentro di noi che i suoi voli ri/costruiremo
FRANCESCO GIUSTI
Cocci di vasi, cocci di vite
Rientrare. Rientrare dove? Tra le pareti
che hanno tradito, che hanno tremato
come le persone? Tornare a casa dove
c’era casa, dove non torna la calma,
tra le pareti che hanno cancellato memorie.
Fogli bianchi che ancora in fondo
si muovono al vento anche se non se ne sente
il fruscio, il frastuono rimane nelle orecchie,
negli occhi. La casa ha paura, la casa vista
da fuori, dal suo giardino, dalla strada
ogni giorno da troppi giorni. Cocci rimangono
a terra di vasi, di vite spellate, spedite a trenta
secondi da tutto, dal resto del mondo perché
il loro non resta, qualcuno li pesta
lo stesso che pesta la terra, animale gigante
che fa paura anche dove non può ferire i corpi
e ferisce al contrario, salvi all’aperto in pericolo
dentro il rifugio. Resta solo l’attesa,
attesa che non è futuro, perché ancora non è
progetto, ma una vita ridotta all’osso.
Qualcosa, certo, altrove c’è ma al mondo
non si ritorna, non segna un punto, non segna
un centro che è scomparso per chi
lo conosceva, chi lo conosce adesso
non sa cos’era, com’era, chi
lo segnava a passi, a sorsi, a morsi.
L’Aquila, 8 aprile 2009
GËZIM HAJDARI
Siamo qui tra i sassi
con i sassi,
circondati dal freddo del prato
e dagli occhi grandi degli uccelli,
in attesa di una Voce
che giunga dai campi di sabbia
coperti da nuvole oscure.
Portiamo nelle tasche l’elenco dei morti
e i giorni di un territorio nudo
senza gridi né ricordi.
Con le bocche chiuse, nascondendo le parole,
spingiamo pareti di vento
per vedere dall’altra parte
il fiume di labbra nere
di cui si parlava una volta.
ANILA HANXHARI
La terra è la nuca dove agganciare le
ninna nane
Gli angeli fuor d’acqua e la stagione di
cicale
La terra è il lutto del volo
Il fuoriscena dei vinti dal distacco
Ho imparato ad essere terra
Per capire come essere sorte
Uno ad uno mi sfili al rito della riva
Del ristagno
Sono l’unico tempo prodigo con il risveglio
Dei capelli bianchi a tic-toc
Dinanzi all’alba che invecchia scendendo le scale
Come i marinai e i cani dell’onda
Che si levano dalle verità a tic-toc
Mi guadagni con la pagnotta
Dei grissini croccanti delle ossa
Mentre ripeto la terra con i pugni
E mi faccio donna e orfana
Io non piango impastando le dita con i cani
Non bacio smagliando le ore
Con il volo della croce sotto le lenzuola
Nei gradini della mungitura
Con la boccata d’aria della pelle scarlatta
Sotto le macerie
Anche se è tardi quando il tempo si ancora
ZIP
Mi fido della pelle che marcia il pupazzo di neve
Del circolo della vita
Che si conclude mano nella mano
Dell’amore che si secca sulla lingua
Come un’ostia e benedice il corpo
Dell’amore clonato nell’abitudine
Che crepa gli orsetti con l’acqua dolce tra i denti
Mi fido dell’amore che non chiede nulla
E sa essere vigliacco
Si abitua all’assenza
E taglia con la lingua una stretta di mano
Mi fido dell’amore che è più dell’abitudine
Del bene che muore e non chiede più come stai
Del mio essere fallita come un seno
Svuotato dal latte materno
Mi fido dell’amore ricamato su pozzanghere
Sotto gli alberi senza radici
Della formica che nasce dal crollo dell’alba
Amore mio aspettami mi dici
Ma tu non credi nella parola “amore”
Che cresce con l’addio
Riconosco il suolo della tua scarpa
I tuoi occhi quando grandinano
Perché tu ami in me la libertà che potrei darti
E sei cosi ingenuo
Che anche i fiori si congedano dall’albero
Per esserti in dono
Ma la libertà è come i fiori
Mente per renderti felice
INVECCHIAMI
Resti accanto al pianoforte alla tastiera
Alla grata della faccia rapida e scarna
Che si chiude a ragnatela
Delle sopracciglia nella testa
Se ti rialzi dal tempo sghembo e servile
Bada alla fuga nella fessura
Al peccato ciniglia della lingua
Alla risata della pipa che afferra la mano
E la lancia come scialle grasso danzante
Sul selciato dei pianoforti che spiovono
Pizzi di libri come lenzuola
Attraversami dall’amore
Con le spalle bussate dai denti
Con il cenno pagliericcio dell’occhio
Valgo l’inizio della piroetta
Come centesimo dentro il feto
Riempiti di coraggio e sgambetta tra i gemiti
Come un ballerino sulla tastiera
E invecchiami
Amami quando mi raccogli a rampa
Come giardino sfarzoso arricciato al naso
Se è colma la soglia dalla mano alla lanterna
Chiamami per nome del mare che spezzo
Con la gonna la bocca e una ciocca di capelli
Fammi donna quando la bocca si leva
Dalla luce alla schiena
E la sete si spalanca con fracasso
Occhieggia la passione il posto d’onore di madre
Dalla mia mano alla tua mano invecchiami
Quando è mezzanotte raccoglimi a rampa
TI PREGO
Prima di cavarmi gli occhi
Bevi dalla mia luce
E ancorati a questa neve che non si riconosce più
In tutte le sgocciolature invecchia l’ingorgo
Prima di prendere la mia parola
Sappi che io la parola la riprendo
Dagli stracci paludati dal morso
Non piango tesoro perché tu non possa
Avere i miei pianti
Morditi a sangue e bevi sopra gli stracci
Che sono il mezzo dell’uomo d’insegnare la tana
Aprimi dai gemiti della rugiada
Dal buio inquieto dell’angelo dell’ultima piazza
Getta l’amo lucente dieci centimetri dalla mia pancia
E beccati il tuo figlio in venature anarchiche
Perché nessuno lo usa per i capelli
La riverenza è un contenitore addomesticato
Nella trave accesa
Ti rimane di bruciare il mio tempo
Dal boccale d’argento
Dalla resurrezione di legno
Attento alla neve dello scheletro che imbroglia
L’azzurro dei tuoi occhi
Goditi la rivale insolente
L’arnese di ghiaccio sconfitto con la fiamma
Tinta nel mio letto
E prima di cavarmi gli occhi
Ti svelo l’obbedienza che loro devono a me
Puoi sfiorare il vetro della penombra
Ma mai la luce
CLAUDIA IANDOLO
Raccogli i resti. Metti a posto quello che puoi.
Ma sono le voci che cerchi. Le voci.
E quelle sono andate via.
Certi camion hanno perso la strada.
Qualche soldato ha vomitato.
I morti non li abbiamo raccolti tutti.
Certi morti sono ancora vivi.
Sotto le macerie. Da qualche parte.
Dopo qualche tempo bisogna smettere di cercare i morti.
Spianare i paesi.
Disinfestare le strade.
Dopo qualche tempo anche i morti amici, i morti innocenti
Inconsapevoli
Diventano morti.
Infettano
Ammalano
Dopo quanto tempo bisogna smettere di cercare i morti?
(.........)
All’improvviso
Come fosse una guerra
Non c’è niente più niente da cercare
È come una guerra
I morti depredati e le jene
Hai visto quanta polvere? …la polvere…
Il tempo si è spaccato in due
Come un ponte fasullo.
Non ci sono pudori
La tragedia ti sorprende nella contraddizione.
Facevamo l’amore
Affollavamo le chiese di vecchi e bambini
Il ministro di turno ci pensionava con arroganza.
La stessa arroganza con la quale vestivamo
I santi oscuri delle feste di piazza.
Risparmiavamo
(…….)
Si commenta da sola l’ignavia
Gli ospedali si sono sfaldati
Come scheletri decalcificati
I nuovi ospedali
Siamo morti sotto i portali di pietra
Incastrati nelle nuove velleità del cemento
Nulla di nuovo
Non c’è nulla di nuovo in quest’ignavia
che non permette pudori
E’ l’abitudine lunga della truffa
I palazzi anemici delle periferie
Le nostre case mai concluse
I marchi le sterline umide i franchi e i dollari
dell’umiliazione. Ma le nostre case crescevano a strati
Stanze ripetute una dietro l’altra una sull’altra
Dentro minuscole proprietà fratricide da cui non riuscivamo
a scappare.
(Nessuno lo ha detto ma tutti hanno pensato che potrebbe essere una salvezza l’eliminazione improvvisa
della fatiscenza che non abbiamo saputo gestire)
Ci saranno i soldi per costruire tutto daccapo le case
Le strade
I giardini
Gli ospedali
Verranno le fabbriche
Il lavoro
Le jene calate allineate
In orde fameliche e compatte
Silenziose
La maceria è un affare
Ordinare il disordine è un affare
Le jene disperderanno il branco
Mimetizzate nelle rabbie
Impallidiranno
Di fronte ai palazzi crollati
Agli ospedali accartocciati
Alla testarda caparbietà che non apprezza
I nuovi tracciati delle strade.
La vita nello strazio dei colera e delle pesti
La vita se la terra si scuoce sotto il sole
E la violenza delle grandini
Madonna Santissima la vita contro la carestia
Madonna Addolorata la vita per il figlio emigrante
Madonna della Libera la vita se la terra si mette a tremare
Come già una volta
E una volta ancora
Prima dell’altra volta che nessuno ricorda
Madonna purissima della Stella fa’ che questa volta
Il mondo
Non si ricomponga nelle ingiustizie di sempre.
E un cero madonna Immacolata per l’azzurro dei tuoi occhi.
Un cero acceso per quello che puoi Vergine santa. Ed un
cero per il Serpe che il piede tuo divino schiaccia.
Un cero acceso Madre di Dio perché anche il diavolo
Sta in chiesa come i santi.
C’è qualcosa di puro nel mondo ed è il dolore.
La rabbia dopo il dolore
da Rossa Luna di Novembre
(atto unico per il terremoto dell’Irpinia 1980)
FRANZ KRAUSPENHAAR
Ho raggiunto
Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori.
Ho pianto col riso, ho fatte
mie le scarpe di mio padre
ferme qui da vent’anni.
Le ho indossate nel sogno
andando a prenderlo
come fosse il rapito da calce
da macerie giganti.
Dopoguerra dell’oggi
senza colpe e aguzzini,
solo natura folle, carne
di terra tesa. Come le menti
scolpite nella bruma, lo squarcio
apre ferite abrase, vecchie
e sole. E noi rimorti, dentro.
BIBIANA LA ROVERE
Ogni respiro
A L’Aquila
Esposte al vento
le ali
del Cristo
spezzato
si adagiano
sul Padre Nostro
e coprono appena
il resto
di polvere e sangue
sottratto
alla luce.
Eppure
il giorno
vedrà ancora
scorrere
fra i detriti
la linfa sacra
versata
nutrire la terra..
offriamo il sacrificio.
A piene mani
offriamo.
Tu
che chiami
alla vita
hai udito
il tacere
di quella notte
impetuosa?
Ti trascini
ogni volta
su quella Croce
assisa
perché
è da lì che scendi
quando
ogni respiro
nella Parola
frantumata
grida insonne
che sei trafitto.
SEIAPRILEDUEMILANOVE
LUCIANO LUISI
Compianto
(per il terremoto in Abruzzo
nel tempo di passione e di Pasqua)
Chi potrà mai dimenticarla
questa lunghissima notte d’aprile
quando il silenzio del sonno
si è fatto grido e il terrore
ha messo in fuga dai letti
mentre la terra tremava cancellando
le nostre vane certezze, e i fragili nidi degli uomini,
le case provvisorie che abitiamo.
E tremava
spazzando come castelli di carte
anche le cattedrali erette ad esaltare
l’eterna gloria di Dio.
E chi potrà
allontanare dagli occhi i campanili
che come preghiere s’innalzano,
se li hanno visti, increduli, spezzarsi,
con la memoria del suono
delle campane che tacciono…
E ora
a poco a poco, salendo
la luce dolce dell’aprile scopre
spettrale il volto d’una città sconosciuta
inginocchiata sulle sue macerie,
chiusa nel suo silenzio.
Dovevamo
ricordarlo che abbiamo sempre accanto
la morte, e non sappiamo
quando saremo chiamati. La data
è dietro la porta dell’ombra e ci sorprende
Così li ha colti nel sonno, protesi
a chi sa che progetti, che sospesi disegni
a quell’umana speranza che dà fiato
alla vita.
Come lontane appaiono
quelle inutili mete, quelle corse affannate
(verso che cosa?),
Siamo
sopra una fragile zattera
su un mare che ribolle.
Non c’è quiete, la terra
continua ancora a tremare
né più la notte e il giorno sono misura del tempo
per gli uomini che cercano,
che chiamano, in attesa
di ciò che non sanno.
E con le mani frugano
fra i calcinacci dov’era
la loro casa, almeno per trovare
un solo oggetto che sia
quasi il racconto d’una vita, il segno
d’un amore perduto.
E Dio dov’è?
Perché non è venuto
a camminare Gesù su questa povera
terra, su queste pietre insanguinate,
a chiamarli: “Fratelli, risorgete!”?
Sono tutti fratelli come Lazzaro.
Questo si chiedono gli sbandati superstiti
che come ebbri si aggirano, l’uno
nell’altro vedendo il proprio volto
clownesco per la polvere, rigato
da un pianto incontenibile.
Hanno risposto a un muto appello tante,
lontane mani fraterne
di chi ha sentito nel suo petto un palpito
d’amore, di pietà, e quelle mani
hanno scavato, hanno tolto
ad una ad una le pietre
che soffocavano una voce, un flebile
lamento.
Quelle mani hanno strappato
tante vite alla morte.
Ma fra le pietre che cedono, si sfaldano,
da quelle oscure grotte impenetrabili,
quasi luce, ecco, appare una treccia
di lunghi biondi capelli,
e a quel segnale le forze,
si moltiplicano, cresce
la convulsa ricerca:
esangue affiora
una piccola mano che porta al dito la fede.
E a lui che da un tempo
Immemorabile attende, inutilmente chiamandola,
non è la mente che sempre custodirà quell’immagine,
a riportargli quel suo volto amato,
ma è il lacerante spasmo
dal suo cuore diviso a riconoscerla.
E a quel grande dolore
diventa muro nei suoi occhi il pianto.
Qui dove c’era una casa che guardava
l’amata montagna innevata
(quanti, muti, in attesa
che un miracolo accada, ma è viva
soltanto la speranza)
riemerge
dalla voragine una giovane madre
che tanto stringe abbracciandolo
il suo bambino gelido
che sono un corpo solo.
Sembrano un calco di gesso
scoperto in un giardino di Pompei
E come avranno sognato
la loro vita insieme
fino al traguardo della vecchiaia
questi due sposi avvinghiati
forse nell’ultimo amplesso?
Quali parole d’amore avrà detto
alla sua donna nell’estasi,
mentre la morte tendeva la mano
sulle sue labbra per soffocarle?
Chi desterà da questo sogno d’incubo
i viventi che più non hanno un tetto; e vagano
come fantasmi, col peso
del loro grande dolore,
nelle strade che senza case dilagano
come piazze deserte…
È vicina la Pasqua. Sono questi
davvero i giorni della Passione. E Cristo
è qui, a fare specchio
della sua morte a questi morti innocenti
che, uno a fianco dell’altro, sul prato
compongono famiglie, condomìni, disegnano
quasi le strade scomparse nei suoi stabili.
E Dio che soffre per gli uomini, e conosce
il loro umano dolore perché si è fatto uomo
è accanto a loro nel suo silenzio, e tutto
è silenzio, tace
anche il pianto.
Non più
morte, lutto, lamento.
Questo è il tempo
della preghiera,
della speranza.
Aprile 2009
MARIO LUNETTA
In formalina, todavia
[...] Il niente concentrato nelle pupille pazze dell’assassino
nel mattino che urla la sua disperazione – nella notte
che lo ripete al nero. Di tutto questo e di chissà cos’altro mai
parlano i muri al dilà della loro epoca di edificazione
delle loro materie dei loro stili. Lo sapeva in tutta
la sua atroce consapevolezza ricordataci dall’amico poeta
Tommaso Di Francesco il 16 aprile di questo torvo 2009
nella last page del manifesto dedicata alla Cronica aquilana
3.
quel cronista in versi crudi alterati mordaci duramente cadenzati
- quartine monorime cariche di lampi di scorci aperti come praterie
di invettive di fazione e di classe di terremoto e peste – quella peste
che uccise anche lui Iacobuccio di Rinaldo detto Buccio di Ranallo
nel 1363 improvvisamente reso nostro contemporaneo
dal sisma dell’Aquila e dintorni del 6 aprile scorso ore 3.32
istante in cui la scossa 6.05 Richter facendo cadere da una parete
del mio studio i libri stipati in una scaffalatura dissestata
ha fatto di me un ridicolo miniterremotato una parodia
di Buster Keaton intrappolato in una trincea cartacea
dentro la gabbia delle stanghe maligne pupazzo esterrefatto.
Più che ridere credo non si potesse: e ho riso infatti
semisepolto in una tomba – un tombino – di carta stampata
ancora ignaro di come in pochi secondi la terra avesse mandato
in polvere di doloso borotalco buona parte dell’Aquila recente
e morso con denti di coccodrillo le sue fabbriche vetuste. [...]
[...] Bene non illudersi che disponendo di sensori a infrarossi
si possa vedere praticamente tutto dominare il ritmo animale
delle cose i capricci della natura addormentata – ché inaffidabili
insomma sono le soluzioni repentine provvisorie effimere
e parimenti fragilissimi i progetti della scienza i presunti
punti fermi delle tecnologie avanzate – ipotesi e realtà
della meccanica quantistica per dire o tutto ciò che è connesso
con la funzione d’onda: basti pensare – rabbrividendo – che
le dimensioni dell’atomo sono dell’ordine di un centomilionesimo
di centimetro per cui mi dico la vita è alla fine niente più
che una curva isosisma riandando con la mente illividita
al cataclisma aquilano nel quale la scossa più forte è durata
32 secondi con velocità di accelerazione di 0.65 contro la norma
che è di 0.35 – e la gente viva e morta è rimasta con gli occhi
sbarrati nella notte cervello bombardato da mille megatoni
corpo ridotto a una serie di sconnessi segmenti di meccano:
e intanto ieri davanti a certi affreschi celeberrimi davanti a certe
tempere su tavola semisconosciute di Giotto & compagnia cantante
- Simone Martini Ambrogio Lorenzetti Giovanni da Milano Altichiero
Giusto de’ Menabuoi e altri cosiddetti minori ironia involontaria
ma todavia ruffiana delle definizioni – ieri dicevo ero dentro
una nube profonda di felicità e di sgomento riflettendo sul precipizio
delle forme e dei destini su cui quegli esploratori temerari
s’erano affacciati per riportarne bellezza mista a desolazione
e stamattina poi ho parlato al cellulare con Anna Maria Giancarli
poeta superstite nel baratro aquilano ho incrociato la sua voce
di sopravvissuta che con la figlia Alessandra e il marito Ennio
infermo pittore di visioni oniriche crudeli dentro spazi prigionieri
racconta con ira costernazione buio insensato il non stop movie
del suo del loro inferno terrestre del suo del loro di tutti i disperati
presi nel turbine buttati in aria come foglie per i quali più che mai ora
l’esistenza non ha nome è un Gioco dell’Oca scemo e feroce
dove non c’è riscatto di memoria possibile dolcezza di risarcimento.[...]
(da FORMAMENTIS poema da compiere, todavia. MAQUILLAGE ITALICO)
DANIA LUPI
Quanto ha tremato la terra
l’anima mia è volata.
Scappata dalla tana, altrove.
Gemito nelle ossa.
In quell’istante, lungo come un fiume,
è apparso l’attimo vero.
Non c’era altro tempo.
Scappati dal fare.
Presenti.
Totalmente Presenti.
Dopo
a forma di rosa, dopo
le mani hanno tentato carezza.
ENRICO MACIOCI
dalle piaghe
aperte ho colto
un fiore
ho colto un fiore
e l’ho piantato
nel futuro
nel futuro
sarà tenue fiamma
sul prato in ombra
DANTE MAFFIA
Dall'altra riva
Non volevo morire soffocata
dai calcinacci, gli occhi
sfondati dalle pietre all’improvviso
diventate nemiche. Avanzavo ancora
infinte carezze da lui, e con il sole
c’era un patto segreto
come tra api e fiori.
Non riesco a sentire la voce di mia madre,
anche se sento le sue mani accanto.
Un vento viscido mi attraversa il corpo,
San Pietro litiga con qualcuno,
meno male.
LOREDANA MAGAZZENI
La volpe nera
Stanata col suo branco da un bramito feroce
la volpe nera fruga il monte dove il Cristo
in barella, calato dalle funi,
imbragato dagli arcangeli in elmetto,
benedice la terra scriteriata
che scianca i suoi figli e li traligna,
scerpando pietre millenarie
come ricami di tele ragne,
là dove per secoli la storia
ha il rosa delle guance di una figlia,
che piange e pure sempre rialza la testa.
Così il restauro degli angeli di chiesa,
diseredata eredità in frantumi,
è offerto all’elemosina del mondo
come una lista a lutto e non di nozze.
Mentre la volpe febbrile ora s’azzitta
L’Aquila s’incaponisce a ribadire
la sua testarda paura di morire,
la sua testarda voglia di ricominciare.
GABRIELLA MALETI
Fra poco è autunno
Ora si osserva, si capisce la grande sventura,
ma soli nei nostri abiti, dentro le nostre scarpe, soli
come profughi, disillusi, vediamo ciò che era,
ciò che è.
G. Maleti
Tenendo per mano la bambina, l’uomo
si fermò davanti a una casa in parte distrutta.
Lei la indicò con una mano.
Il padre disse: “Sì, è la nostra”.
La bimba lo guardò da sotto in su, poi chinò
il capo e si mise a piangere. Piene lacrime
le scivolavano sulle gote.
“Non piangere”, disse l’uomo, “ora ce l’aggiustano”.
“Chi?”
“Ma, gli uomini che comandano. Loro ci dicono
di stare tranquilli che poi torniamo nelle nostre case,
hai capito?”
La piccola ora pianse più forte.
L’uomo si chinò per asciugarle gli occhi. Disse:
“Non ci credi? Se l’hanno detto lo faranno. Vedrai”.
“Quando?”, chiese la bimba.
“Ma… ma, presto”.
Lei ebbe un brivido.
“Hai freddo?”
L’uomo guardò il cielo, e poi attorno. Si vedevano
solo case distrutte, strade colme di pietre.
Il vento filava, a tratti sollevava polvere.
“Non piangere più”, disse piano il padre.
“Ma quando vengono?”
“Chi?”
“Ad aggiustare la nostra casa. È passato tanto tempo…”,
mormorò la bambina. “Allora non vengono. Si sono
dimenticati”.
“No, è che… hanno tante case da aggiustare”.
La bambina si stropicciò gli occhi.
“Io non ci credo che ce l’aggiustano”, disse.
Il padre sospirò.
“Vieni, torniamo alla tenda”, disse. Guardò ancora
il cielo. “Sta cambiando il tempo. Fra poco è autunno”.
MARCELLO MARCIANI
Troppa pioggia di chiacchiere ci bagna
ci scarna a doccia quest'acquetta acida.
Che sguaire di bande elettorali
che sorrisi e garriti regalano
i mammocci di carta dai muri!
Che sviolinate che oplà da vele
trasformiste, che specialisti tir
in sequestri e diluvi, che fondi doppi
perluccicano i vicoli cattolici!
Si cionca il mappamondo, è un portobello
di tarantole, un blitz di ospedali
in appalto, un artritico spot.
Inutilmente accorrono dame a.v.o.
Supinamente si spappola quest'evo
a un diluvio di blabla.
Voglio asciugarmi al secco del tuo incanto
all'impresenza l'imparola tue...
essere l'ebbro cocciuto stilita
che risetaccia tra i miraggi un segno.
NINA MAROCCOLO
TRE E TRENTADUE
9-10 aprile 2009
A Francesco e Jolanda Rivera
Ai figli. Ai figli dei figli
LA NATURA
M’inizio al tremore di terra tremante
[questo letto è troppo piccolo per contenermi]
Mi fu concesso un cuore privo di buon senso
[calcareo, pneumatico] adattabile
a quegli amori malsani dalla chiosa scodinzolante:
“Mi dispiace” [eppure non abbandono
con mottetti gioiosi] La terra mi trema
nella lingua mammifera di questa falla
divaricata [penso ai muggiti infantili]
Ore 3.32
M’inizio al tremore tiranno del dispiacere
FRANCESCO
Aurore fosche, nitriti,
lungo segnale che moriranno tutti,
lungo segnale che saranno forse dannati
o asciugati nel fiume dei ponti
della sottrazione
della divisione
e del ratto.
NINA
epicentro a saliscendi–
unitamente alle tue fragole solatie
un’inquietudine di viole
FRANCESCO
Fior di notule pervicaci:
accostandosi a Dio
pensò a morte propria, non degli altri.
Dio, ripeto, aiuta, aiutami, aiuta.
(I versi di Francesco Rivera sono tratti da “Senza stelle”, Crocetti, Milano 1999)
CINZIA MATTIOLI
Abruzzo forte e gentile
come si suol dire.
Frutto di Civiltà antica
i nostri padri hanno capito
ed hanno aperto le braccia
a grande fatica.
Emigrazioni - Evoluzioni
al tempo stesso.
Abruzzo, un'oasi verde.
Città, Cattedrali, opere d'Arte,
rispolverate ridipinte esaltanti
nella loro bellezza.
Oggi tutto è crollato.
Il cuore in Abruzzo si è fermato.
Il pensiero non va oltre.
Pietre, casem opere prestigiose spezzate.
Tombe scoperchiate.
Terremoto cosa hai fatto?
Chi ha azionato il tuo potere?
Sono rimaste persone impietrite
statiche, assopite dal dolore
con occhi velati di lacrime.
Non più rintocchi di campane.
Amori, dolcezze, carezze sepolti
nella solitudine.
Cammino sulle macerie
cercando ricordi.
Finalmente, l'eco di una voce
mi arriva da lontano.
Amore ci sono. Sono vivo.
MICHELE MEOMARTINO
Terramara
Un tumulto irrompe
nel cuore
della notte sulla
terra che trema
ad annunciar un
terribile boato.
L‚eco sinistro
risuona nella valle
tra urla strozzate
e muri squarciati.
Un fiume di sangue
irriga copioso
l‚antico riparo
dei pastori
ai piedi del
Grande Sasso
che impotente
assiste silente
alla tragedia dei
suoi figli.
Avvolti in una
ruvida coperta,
ormai poveri e
nudi,
impauriti e
disperati,
cercano confusi
ciò che rimane
non trovando
conforto alcuno
in tanto oscuro
dolore.
Il vento della montagna
agita
impetuoso le cime
alte dei pini
e nel ferire gli
occhi
l‚amaro pianto
asciuga.
Chiare e meste le
prime
luci dell‚alba che
scoprono
solo i resti della
furia cieca.
Tanti si
rimboccano le mani e scavano,
altrettanti
cercano vani capri espiatori.
Ma quando tra le
braccia ignote,
che ti stringono
al petto,
tu scorgerai il volto pulito
di tuo fratello,
proprio in
quell‚istante,
mossi dall'umana
compassione,
tu cercherai
l‚unica lezione che potrai
trarre da tanta
inaudita sofferenza,
nella volontà a
non perdere
mai la
speranza
lungo le infinite vie
dell‚amore.
Montesilvano, 9 Aprile MMIX
RENATO MINORE
Saperi e patimenti
In bilico sulla crosticina
esile e tremante
siamo qui a ricontarti,
madre-madrigna
da maledire, da adorare,
se non stravolgi
infissi, travi, mattoni
nel pulviscolo
dei tuoi comandamenti
Ha fulminato la retina
quel taglio di luce.
Ora illumina tra i metalli
dei divano letto
le planimetrie dei corpi
sciolti nella sabbietta,
soffice tenaglia sussultoria
per seppellire e celare,
da tritare
tritare
tritare.
Ma occhi di faina
penetrano nel buio
i detriti sotto pelle.
Deridono l’ambigua ronda
dei nostri saperi,
traliccio dirupato
nelle macerie di quell’astuzia
che fa sciame o stame
dei nostri patimenti.
VITO MORETTI
L’Aquila 6 aprile 2009
I
ad Anna Ventura
Nella tua casa straziata
ho visto ancora dei gerani
al balcone e una rinata promessa
di futuro. Il cuore respira tempeste
e schianti, ma per arduo che sia
dà nome di creatura alla tua anima
e metti piede dove tutto sembri vano,
lascia crescere di nuovo la luce
che ti è poesia. Hai una corazza
sui lumi spenti, e tanto amore:
il pegno che pure ti resta
dell’oggi che svela ferite.
II
a Patrizia Tocci
La tua pietra che dicevi serena e buona
si è piegata per nozze pagane
e tutta intera la vertigine ha barattato
la notte del riposo e del sonno
con l’abisso che non respira di cielo
ma di strazio. Hai ripetuto il dolore
che già conoscevi e hai impolverato la fronte
con mani che la pietà rendeva colmi
di altre mietiture e che io ho stretto
nel debito della poesia. Aduna adesso
con più lievi mani (le tue) i fili
e le briciole che il fragore cruento
ha disperso ad un passo dal tuo riso,
dal tuo cuore che sa quanto duri
e di che misura si vesta il giusto fuoco
della vita. Ad un altro volo ti chiama
il male, ad altro il pianto che in terra anche lava
e talvolta rigenera.
III
ad Anna Maria Giancarli
Il tuo ospite siede nel silenzio
della tua casa dove ha ruggito dal fondo
del suo inferno. Non ha conchiglie
in cui ascolti l’onda dell’oceano
né canti del più sereno universo,
ma corona d’affanni, grida
che ogni carne confessa alle stelle.
Gettagli la brocca dei convitati sazi,
lo specchio della poesia, lo stelo
che fu pennello al tuo sposo e fanne solo
un’oscura tempesta che tu pieghi
al chiuso dell’anima, alla vigna
nuova dei figli. Quel che recide l’attesa
non sempre è rovina e sconfitta
e nelle braccia stanche è tutta la forza
del riposo. Veglia sul cuore che risana
e guarda ai monti, misura il vento
che viene dalle mie cicatrici sul tuo viso
e sul canto largo dei tuoi affetti.
IV
ad Alfredo Fiorani
Dove m’aspetti per dirmi
dell’unghia che aprì le tue piaghe?
Come sentirti? È di terra e macerie
il tuo silenzio e ha gli stessi brandelli
la pena che lo scruta. L’orco che ha spezzato
la tua tana è anche il nero respiro
che passa nel corpo del mondo, il dèmone
che sgomina le file di chi osa vivere
– come te – nel centro aguzzo della coscienza,
nella virtù d’una passione
che sa farsi parola, stupore di scrittura,
barca per tragitti nuovi e antichi. So
che dovrò anch’io varcare la soglia da cui
tu ora torni e che di ogni soffio dovrò tenere
il buio che lo anima, il bianco
che lo riluce. Siamo ciascuno la viva parte
di una promessa che ha dentro
l’insonnia del sangue, la nebbia
che rende desti o assopisce.
Ma non conosco altro rimedio
se non di tornare a nascere dove si è
e di liberare dai vetri e dalle ombre
la vampa della chimera.
CRISTINA MOSCA
Qui dove il cuore trema
Ogni silenzio è tuono
quando il tuono ha preso il silenzio.
Nuda,
io
davanti a chi ha perduto.
Ricca,
sulla terra spoglia.
Profana,
qui
dove il cuore trema.
MARCO PALLADINI
Motus Terræ
Il continuo rotatorio moto della terra
non ci fa crollare o girare la testa
però rivoluziona ogni giorno il pianeta
e l’attenzione deve rimanere ben desta
Il moto della terra genera e segna il paesaggio
mari e monti, campagna e sistema urbano
crea l’immaginario che dà un profilo al mondo stesso
punti di fuga e flussi in uno spazio umano ed extraumano
Il ciclico moto della terra va talora contromano
allora perdiamo attoniti il centro della vita
oscilliamo sulle soglie del tremore e del terrore
il globo ridiventa una forma informe, indefinita
Il turbolento o sussultorio moto della terra
ci spinge qualche volta ad esclamare:
“Fermate il folle mondo, io voglio scendere!”
ma in effetti non sappiamo su quale altra sfera celeste
potremmo sbarcare
Il moto della terra quando si fa terræ motus terribilis
disastra la topografia, sfigura la comune geografia
all’incrocio col reale crudele si fanno i conti col destino
oltre i muri di buio una fioca luce battezza l’attimo, addita la via.
Come una piccola, povera poesia.
(aprile 2009)
FRANCO PALUDI
Attesa
Le sere infuocate che sapevano di musica
attese sull'uscio di una casa immaginaria;
le stelle che s'accendono improvvise
o calme che stanno a tenerci compagnia;
e il suono immancabile dei grilli
a dirti che sei vivo ovunque stai.
Immobili danzare ad occhi chiusi
cullati dal sangue prepotente
mentre s'apre su questa riva di tempo
un'alba nuova ancora piena di misteri.
Voglio una casa, come solamente io
so immaginare, dove vivere e non vivere.
Voglio il silenzio dietro le parole.
GIULIO PANZANI
A Dio
Rispondimi
e dimmi dove nascono
le stelle
liturgie di silenzi
crocifìssi
al pensiero di un'alba.
Parlami
in questo luogo d'ansie
liquefatte
dove l'amore
è viaggio senza ormeggi
e noi ombre scolpite
come fiato
che gela nelle notti
d'inverno.
(da Custode d’Ombre, Bastogi 2007)
ELIO PECORA
Canzone per gli uomini da salvare
Dite, ditelo agli uomini
che non facciano male
agli uccelli ed all'aria,
ai fiumi, ai prati, al mare.
E' qui che siamo nati,
qui vogliamo abitare,
qui camminiamo le ore,
qui ci tocca di andare.
Qui portiamo le attese,
i progetti, i pensieri.
Qui cerchiamo la porta
dei nostri desideri.
Da qui noi partiremo
ciascuno un giorno ignoto,
saluteremo il mondo,
salperemo nel vuoto.
Dite, ditelo agli uomini
che la guerra è dolore,
porta rovina e morte
al vinto e al vincitore.
Dite, ditelo agli uomini,
seminammo la terra
per crescere alla vita
non per morire in guerra,
e costruimmo strade
e navi per andare
e ponti, piazze, stanze
aperte per tornare,
e cercammo parole
per chiamare l'amore
e inventammo canzoni
per rallegrarci le ore.
Dite, ditelo agli uomini,
nacquero prima i monti,
il sole del mattino,
le pianure, le fonti,
il delfino gentile,
il gabbiano mai stanco,
la luna sopra gli alberi,
il lauro, il giglio bianco.
Dite, ditelo agli uomini,
venimmo ad assediare
quel ch'era già dell'erbe,
quel ch'era già del mare.
...Noi vogliamo la fine
dei domini insensati.
Noi chiediamo alla vita
per la vita alleati.
MARIA ANTONIETTA PERFETTO
A L’Aquila, mia cara città
Son venuta a cercarti nel nido ormai distrutto, ma non c’eri.
Ho scavato tra le rovine, tra i sassi, ti ho chiamato, ma non c’eri.
L’Aquila, regina delle alte cime, ha spiccato il volo per altri nidi, per altre vette.
Anche tu, cara e amata città, mi hai detto addio o meglio arrivederci
tra le macerie che racchiudono cose ormai distrutte delle quali resterà solo il ricordo.
PLINIO PERILLI
Resurrectio dal buio
(ad Anna Maria Giancarli, Francesco Rivera
e Anna Ventura, amici de L’Aquila,
fratelli di poesia)
Le colline ingemmate si susseguono,
il mio viaggio di treno le attraversa
o anzi loro mi infrangono,
messaggere di verde… Portano
fiori e sterpi, muri sbrecciati e
promesse lunghissime. Ovunque
il colore risponde, se solo ci sforziamo
di non perderlo… L’aria sembra
ferita ma azzurro lieve la fascia
tutta, la converte di vento.
È Pasqua di rinascita, resurrectio dal buio:
e da ogni sguardo in alto spunta
alata la cicatrice d’un piccolo volo.
(11 Aprile 2009 – Roma/Firenze)
MARIA ANTONIETTA PEZZOPANE
6 aprile 2009 - ore 3,32
Le grida
la polvere
I gemiti
L'agonia
La morte
Intere mandrie girovaghe
Nell'insano ruggito
Calice amaro
Al sapore d'addio
Tanto infinitamente amaro
Così come segreti accessibili
Le case aperte
Brandelli di vita
Dove triturati ninnoli
Si affannano
A rincorrere
A seviziare il pensiero
Ancora e ancora
Dilaniare l'azzurro delle stelle
In una notte di apparente pace
Interrotta
Scivolata nel terrore
Affollata di sangue di rosari.
Siamo immersiin righe di vuoto
Presi a scudisciate
attorcigliati per sempre nel dolore
Ora, lo so, è tornato il meriggio
C'è un vento torrido
Che sa tanto di sole e di sale
Il cuore improvvisamente ingrigito
S'inarca
Batte a cerchio
Ed esplode a ritmo di samba.
DANIELA QUIETI
Aquila millenaria
Un boato oscurò
d’ombra il creato
s’aprirono tombe
caddero sogni
nel grigio orizzonte
si levarono grida
sono morti
erano innocenti.
Un velo intriso
di polvere e sangue
implora il ritorno
premono lacrime
a rintocchi di campana
occhi disperati
cercano risposte
nel cielo che appare
su chiese squarciate
case profanate
sommesso un respiro
racconta lo strazio
si unisce il ricordo
agli uomini e al mondo.
Aquila millenaria
trepida attendi
sulla tua pietra
con cuore di madre
il sacrario di figli
che non torneranno
custodisci ferite
e spoglie sepolte
nell’eterno sonno
di una primavera
assediata
di una giovinezza
non rinnovata.
Forse, in Paradiso.
EMANUELA QUINTAVALLE
Terra viva
Forza immane naturale.
Avanzi.
Ti presenti all’improvviso.
Boato irreale
d’atavica paura.
Sussulti. Gemiti.
Inondi vicoli, fiumi polverosi di macerie
sfiguri tratti disegnati dal tempo
d’identità urbane appartenute agli uomini che le custodirono
insieme ai loro giorni
trascinando quel che fu
dell’arte compagna fiera negli occhi dei suoi fantasmi.
Solchi varchi perenni nelle anime
affossate nel dolore delle macerie,
indifferente a tutto e a tutti.
Terra pur sempre amata…
trattieni in te i tuoi semi
che un tempo facesti germogliar di vita.
Imponi i tuoi impeti che
Impotenti impariamo
a sopportare
nel tuo lascito di vuoto
come tributo a te dovuto
in cambio sottratti a te dal caso
sopravvissuti
a cui concedesti di restituire
briciole di vissuti in tutto ciò che gli resta.
All’alba del primo vagito
l’animo si desta e la vita in s’è viva s’appresta
nella sua terra a ritornare
per farsi germogliare.
DAVIDE RONDONI
Tra i soffocanti scivolamenti dice, o forse
con gli occhi mentre tace la bocca che si riempie
di terra
parla, nel rombo improvviso che impone
il silenzio, qualcosa
deve aver detto, nel cupo ultimo
pianto di vittima sepolta, o nello schianto
del grido di paura,
persino nelle successive
eccitate, invasive parole, sì,
dev'esserci stato detto, ma cosa,
dico ora guardando il cielo aperto
de l'Aquila, e la vorticosa
giostra dei disastri, delle nascite...
Cosa? o già è questa postura
di imprecante, di orante la cosa
detta oscuramente e da imparare
precisamente,
come imparano i bambini a fare
la fila delle A, le stanghe e nella sera
le mani giunte...
LUISIANA RUGGIERI
Il Ricordo di Mary
Mary seduta sulla sedia
È Pasqua stamattina
È Pasqua mio Signore
L'Abruzzo si risveglia in fiore
Le campane suonano a festa
Le 99 cannelle son come sorelle
Correte bambini
È Pasqua mio Signore
Giù nel pergolato c'è Mario
aspetta, aspetta Mary
È Pasqua stamattina
le 99 cannelle non son più sorelle
Mary seduta sulla sedia ricorda il passato
Mario è andato via
L'Aquila non c'è più.
GIANNI SCASSA
I versi
Orlate di nero le unghie
la Terra frugano.
Briciole di pepite affiorano
e subito le scure zolle gelose
le divorano.
Desta l'anima, attenta la mente
da tavolozza infinita
per il sottile piacere di dipingere,
i colori cercano.
Inutile il senso.
Dar vcoce agli Attimi
che consumano
e si eternano
solo se all'infinito
volgono.
MARA SECCIA
Mani
Con gelide mani
sotto cieli sepolti d’orrori
il male si schiantò sugli innocenti.
Per tutta la notte udisti grida d’angoscia
nel soffio di venti cupi e desolati.
Ora nel sonno gemi.
Paziente silenzioso il tempo
asciugherà il pianto
ma non potrai dimenticare,
una ferita aperta è la memoria.
Nel tuo sangue imprigionasti
le lacrime impietrite della tua terra
disperato incredulo solo.
Mani pietose lottarono
per salvare i fratelli
placarono la paura
guarirono la carne straziata
consolarono le madri.
Mani forti sicure afferrarono
le tue tremanti tese verso la luce.
E il giorno non finirà.
Andrai ancora per spiagge silenti
e prati erbosi
fioriranno le ginestre
e nidi muschiosi si nasconderanno
fra i sospiri di alberi antichi.
Lascia libero il sentiero
getta rami odorosi
nel camino della tua casa
e nell’angolo più segreto del cuore,
timido e lieve,
rivivrà un sogno già sognato.
Amorose mani stringeranno le tue
accarezzeranno il tuo volto,
la speranza purificherà il dolore
e un’anima nuova vestirai.
MAGDA SETA
Magica speranza
L’angoscia gela i pensieri
e il dolore soffoca il respiro
che soffia lento sul petto
dei corpi straziati…
Orme di secoli scomparse
e vite schiacciate dalla
furia violenta del sisma
seminando distruzione ovunque!
Le immagini si sovrappongono
per proiettare orrore…
Vorremmo respingere i momenti
truci. Oh, se una nuova luce
rischiarasse quelle fraterne
orbite, mentre una lama di tramontana
spazza i tetri arabeschi. I superstiti
sfogliano nel cuore vane illusioni?!...
come se scorressero su un fiume senza riva.
E mentre un vento infido
sferza le loro lacrime,
da un’altra sponda serpeggia
in tutte le coscienze, una viva
solidarietà, mirata verso
un ponte per un futuro
inebriato di R E S U R R E Z I O N E.
LUIGI SGAMBATI
Balla la casa, sbronza, e si dimena,
donnaccia a vesti lacere,
cadenti,
nell’orrido frastuono senza pena
di bonghi mastodontici,
infernali.
Balla la casa, pazza, e si disvela,
orgia di squarci nudi,
baccanale,
urla strozzate, lumi di candela,
fiammelle sottilissime,
mortali.
Balla la casa, esausta, e si addormenta,
crolla in un sonno fragile,
irreale,
quell’equilibrio incerto che sgomenta
le vite microscopiche,
impotenti.
STEVKA ŠMITRAN
Più volte la mia casa
Più volte la mia casa è stata rasa al suolo
e tutte le volte l’ ho ricostruita
non in tempi di guerra
è successo
in tempi di pace apparente
è successo,
in un posto qualunque
in un posto che non si dimentica –
ogni volta il mastro costruttore
è stato più attento alle norme
più capace di sorprendere,
più capace di strafare
non ha badato al tetto
né alle porte
né alle finestre
solo alla struttura.
Tutte le volte il nemico
ha fatto quel che voleva della mia casa,
pensava di spaventare i miei uccelli,
i cani e i gatti,
non svelo a nessuno la leggenda
che la mia casa è un albero
che il sole e la luna vegliano
perché dovrei confessare i miei miti,
perché mai preoccuparmi
se c’ è un Dio che trama.
(Dall’ impero, Lieto Colle, Faloppio 2007)
SOFONÌA
L'altro lido
L’alba giunse dai monti al mare
Dalle rocche ai renili
Con plausi d’amore
L’intera Esperia
E il mondo
E le sue lune
Giacquero tra i fiati spezzati
Mentre…
Una storia d’amore nasceva nel ventre
Appena in riposo
Una processione d’anime
Cantava Alleluia
Baciamo il Divino mentre si fa ancora cercare
Lasciamoci andare tra le vie dell’Orsa
Udiamo gli altri suoni narrare
Di quando…
La terra rideva
Di quando…
I cieli aprivano le borse
Di quando…
La festa nuziale
Veniva indorata dall’Aurora
Che resta oramai!
Il richiamo del ventre in burrasca…
Non è per sconfiggerci ma…
Solo per ricordare…
Che il recinto dei giochi non è più…
“Allora il bambino come un naufrago
Spinto dal furore delle onde…”
Approda su un nuovo lido
MARIA LUISA SPAZIANI
Rimane intatta la bandiera
Quei terremoti di cui parli, crollo
profondo delle viscere, sonante
sfacelo che ai meandri della terra
grida rivolta, odio, grida guerra
e appicca il fuoco all'anima del mondo
(là dove la caverna primordiale
gelida del terziario arrocca strati
di giade e slavine), quali forme
soltanto nostre ci potrà rapire
dentro i suoi sordi ululi? Rimane
intatta la bandiera delle bianche
mattine, quando all'albatro nevoso
non giunge voce più dalle marine
trionfali di spruzzi e di richiami,
dove i suoi fasti celebrano al sole
gli smemorati pellegrini.
FAUSTA SQUATRITI
Respiro
Arroganza scovata nell’orto
in mancanza di luoghi più adatti
smantella lemme lemme
pratica d’ordine e buonsenso e amore
scacciato da Kronos
sviolina quel bene stridulo
dilungato nel residuo canto.
Dissapore di respiro
scala l’estremo fiato.
Meglio sarebbe acciuffare
smagliante malasorte
diniego
pian piano covato in clausura.
Privi di lume
nessuna favorevole circostanza
sorprenda
(protetti) nella casetta
intasata (per acclarare il fatto)
scheletri in bel ordine
esibiti al soldo di scaltri conteggi
e dileguati amplessi.
Smemorato consenso
anticipa (tremante)
allarme ragione e sviluppo di
zuccherina bugia.
Tracce in discorso di garantiti monosillabi
tacciono il pericolo
fin dentro al recinto.
Ostentare
delle opinioni il delitto
addobbato senza festa.
LUCA SUCCHIARELLI
se non io la terra,
non una personificazione
con nome e cognome.
Né tu tellus né io gea
né ch'io sia cerere né tu
un domani, una demetra che
stravèden e promètea, che veda
sul degenere odore di cenere o,
che io promètei sul
decelere odore di cenere o
che tegeneri ch'io
sulla verticale del mio ipocentro
– da dove or ora mi muovo o-
'rche mi dica la terra –,
dal degenere odore di celere
resto pur solo soluna
poesia, materia-listata che
sia ed io e tu, lettórepicèntro,
devi farti forte et odiarmi,
se credi, e crearti gli anticorpi
specie contra gli stronzi,
perch'io possa muovermi
più senza far danni
DANILO SUSI
Abruzzo
Forte e gentile, eri
Macerie, sei
Resta solo polvere
case cose uomini.
Il tuo cuore ha tremato
E si è distrutto,
Il tuo monte si è ribellato
e ha distrutto.
Dalla sua vetta il Grande Sasso
Aveva già visto…
tanto…troppo…
disfatte e uomini di malaffare.
Allora…
Allora ha inghiottito tutti e tutto,
buoni e cattivi,
mura antiche e nuove.
Basta, basta Abruzzo malato, ha tuonato.
Torna, torna forte e gentile, ti prego,
Abruzzo mio.
Termoli, alba del 7-4-09
MARCO TABELLIONE
Ho visto
Le ho viste
le figure che erano
i cuori che erano
adagiare sospesi come venti
sulle macerie
come sogni con le ali
sovrastare le loro morti
Qualcuno sorrideva
qualcun altro salutava
Non c’era sangue sui loro corpi
non c’erano ferite
non ce n’erano più
Ora le ferite erano le nostre
e di questa terra
Le ho viste le loro mani
tendere verso di noi
chiedere perché
Le loro voci silenziose
respirare quell’ultimo respiro
ancora sentirlo dentro
e ridarlo fuori, all’aria morta
e vederlo vivo quel respiro
ancora forte, ancora vero
E ho visto, alla fine
i loro sorrisi nutrirsi di luce
staccarsi piano dai volti
ed emigrare sulle nostre labbra
farsi in noi, continuare in noi
Non c’è rimedio alla morte
solo la vita, solo altra vita
ELIO TALON
È così che fa il dolore
rompe in pezzettini piccoli
che non si rimettono insieme
si è grumo di frammenti
vivi
in movimento arcano
la forma che non sono
più e continuano
a cercarsi l’unione
e intanto vanno
ad altro splendore
Particelle elementari
oltraggiate
al loro desiderio
di restare
e continuare
la crescita designata
la creatura amata
che più non è
e non si riconoscono
le distanze che spaccano
e creano
la nuova moltitudine
MARCIA THEOPHILO
L'Aquila
Dorme la Terra, immersa nella notte,
corpo immenso, madre,
ma lievemente insonne,
animali in riposo.
Il giorno e la notte si trovano
sotto un cielo squarciato fra terra e acqua
il corpo verde dell’Amazzonia
trema e riscopre il dolore.
Il pensiero cammina.
Spazi infiniti,
forse più del cuore,
come la pioggia bagna di lacrime terre lontane
e amori di infinito desiderio.
Malinconia spaziale,
l’acqua coi raggi del sole
si riunisce nell’altitudine
percorre con le nuvole
le distanze fra popoli.
Lucidità del cammino vegetale,
che mostra i fiumi della salvezza
gli animali lanciano il loro grido
sono forti nel mio poema verde,
i venti che sfiorano le radici
e raggiungono le voci degli uccelli
con la loro memoria sono onde
l’universo pulsa assieme.
Dall’imbrunire all’alba
sotto un cielo squarciato fra terra e acqua
al centro della Valle dell’Aterno, L’Aquila.
la brezza dell’aurora ridestata,
segnale di pericolo, di mutamento.
L’ avvolge in un intenso polverio,
e la città riscopre il dolore,
che la invade dal ventre della terra.
Si mescolano preghiere nel disordine,
portate dal vento, nuvole arenose
create dalle mani dell’uomo,
illogica selva di fili e pulsanti automatici
Costruiti nel ferro assieme alle macchine,
uccelli cantori impazziti
pensano con il vento e vanno le foglie,
Alberi! Io vi chiamerò per nome:
Claraybas, Maçaranduba, Jacarandà,
Pitanga, Araçà-mirì, Ibirapitanga.
E Acero Montano, Faggio, Roverella,
Quercia, Pioppo, Olmo Campeste
canteranno tutti assieme.
14 aprile 2009
ISABELLA TOMASSI
non avere paura dell’alto del micro del normale
dell’ombra del gioco di tutto soprattutto! non
avere paura della povertà la fame il freddo la libertà
di come comportarti con ludo quando lo vedrai
tra cinque dieci minuti, un’ora e di dormire
sul divano perché la tua bocca non avrà più accesso
ai suoi baci. Non avere paura di tornare dove
non vuoi più vivere, soprattutto non avere paura di denunciare pubblicamente
che l’esperimento umano
iniziato con la punizione
finisce con la paura assoluta. Soprattutto
non avere paura che duri la paura,
la paura sboccia piano, spacca le zolle con pazienza
nel giorno che si festeggiano gli umani che non hanno paura.
non avere paura soprattutto! non avere paura
non avere paura non avere paura non avere
paura soprattutto,
soprattutto non avere paura, del sole alla finestra
sull’orto, del vento, del silenzio della solitudine non
avere paura delle tesi da terminare, di non
riuscire a farla prima di morire di paura
non devi avere paura di soffrire soprattutto
non devi avere paura del pane, del pane, delle capre, della penna
e le sue parole, non avere paura di sorelle cugine nonne
mamme, soprattutto non avere paura dei pensieri
freddi, del letto vuoto della televisione ogni giorno,
non avere paura non avere paura delle siepi
dei pioppi, del dente di leone che cresce, del picchio verde non avere paura soprattutto
delle macerie, delle pietre alle quali vorresti rendere la loro vita, della città buia e vuota
della burocrazia, delle bugie ben dette, del cemento della costa e dei forzati del divertimento
no, non avere paura, soprattutto non avere paura che tutti intorno lasceranno che l’ingiustizia si
compia senza il coraggio di fermare i bulldozer che spazzeranno via la mia assenza di paura, le
bifore i cortili i ciottoli le fontane, il gelato in piazza, la storia del tuo primo bacio e la piazza del
vino rosso con gli amici, soprattutto non avere paura dei qualunquisti e dei buonisti che sembrano
non avere il corpo martoriato, è il corpo il solo che non ha paura che la trasforma nei cori
nei cortei i girotondi con le mani-corpo che si salutano, questo corpo sopravvissuto
parla
ma soprattutto esiste non si elimina con caschi e i manganelli, non si elimina con il g8, non si
elimina con l’indifferenza, né con il sarcasmo, la superficialità né con il fascismo delle menti
collegare congiungere connettere considerare comprendere condividere continuare
con-tutti
con –amore
ANDREA TROMBINI
Fratelli di latte
Come casette fatte per conigli
Della stessa sostanza del coniglio padre
Ogni giorno vedo questo scempio
Pietre come fighe buone
Per fottere
Senza amore
Pietre spappolate
Sulla faccia spappolata dell’uomo più bello del mondo
Anch’io potrei essere una casa
E forse per lui lo ero già stata
Penso che la natura è contro di me
La natura può andarsene per la sua strada
Io e il mio desiderio restiamo
Come fratelli di latte
Abbandonati dalla lupa
Nella foresta
FILIPPO TUENA
La notte è l’intervallo
(10 variazioni da un tema di Michelangelo)
1)
La Notte è l’intervallo.
E’ la memoria
delle tue parole.
E’l viso che m’appare
e non si lascia sfiorare.
2)
La Notte è l’intervallo
dei battiti del cuore.
L’arco che tesse
la splendida attesa.
La Notte è l’intervallo
e Sole il punto fermo.
La Notte dà riposo,
e Giorno il peso.
3)
La Notte è l’intervallo.
Buio freddo, Memoria,
Fatica eppure
Bella Impresa.
Culla di Sogni,
e Bealtà,
(s’Amor mi fosse amico
e conversasse meco).
4)
La Notte è l’intervallo.
La Notte è cattedrale,
arco trionfale,
aria leggera
eppure profonda e nera
come del pozzo il buio
Nella Notte mi tuffo
come fossi fanciullo.
5)
La Notte è l’intervallo
d’ogni giornata attesa.
La Notte viaggio
dall’Alfa all’Omega.
La Notte è l’Infinito.
La Notte è un passo
da gigante
sopra l’abisso oscuro.
La Notte è sfera
perfetta, nera.
E’ il firmamento mobile,
che solca la Cometa,
che lo Zodiaco impera.
6)
La Notte è l’intervallo
d’ogni parola attesa;
d’ogni duttile impresa.
La Notte allontana
del giorno l’errore;
eppure di notte
si desta Terrore.
7)
La Notte è l’intervallo
dell’eterno paragone.
La Notte è un lampo
che non ha paragone.
La Notte balla,
la Notte brilla,
la Notte è stanca,
eterna favilla.
8)
La Notte è l’intervallo
d’ogni piccolo errore.
Rassicura, rappezza,
rincuora.
La Notte è tenera culla
d’ogni momento perso.
La Notte ritrova, custodisce,
annulla.
La Notte ingigantisce,
La Notte svela.
9)
La Notte è l’intervallo
che intenerisce il core,
infiamma Gelosia,
stilla ‘l Rimpianto amaro
e culla la Malinconia.
La Notte è
la distante Fantasia.
10)
La Notte è di notte
che ogni notte
che volo via.
ANNA VENTURA
Come un albero nero
Ora che il mostro dorme,
prendiamoci cura del futuro.
I morti che non hanno conosciuto
lo splendore di questo autunno
riposano tra i crisantemi.
In chi è rimasto, resta
l'oltraggio della rovina e della perdita.
Ma già le case cadenti si fasciano
di ferro e legno, le nuove aspettano
di mettere i fiori alle finestre.
La natura ci ha dato una prova
della violenza delle sue metamorfosi, conviene
assecondarla, per resisterle.
Bisogna avere il coraggio di cambiare,
superare il dolore
che precede la rinascita.
Dall'albero nero, a primavera,
nascono foglie nuove; in breve
la sua chioma sarà piena e verde,
mossa dal vento, abitata dai nidi.
Che ognuno di noi sia
come un albero nero a primavera.
VINICIO VERZIERI
Dal piano disteso della prosa
s’eleva e s’immerge la poesia
pronta ad aggettivare
il sapore dei sentimenti.
Il pullulare delle idee
si fissano impronte cromatiche
sul foglio
per fecondare le emozioni
e spaziare al di là del sociale
senza distrazione.
Gli opportuni dialoghi
senza incontro fisico
ampliano il valore umano
e si dilatano profumo
con grande senso carnale
con pelle scura
vellutata e calda
da eccitare i sensi.
L’autobiografico si fa universale
quando edifica
alzando la bellezza
a patria
da rispettare e difendere.
21-4-2009
ANNA ZOLI
Ad Anna Maria Giancarli
poeta d'Aquila
Ho sentito nel rombo
crollare la mia casa con la tua - Anna Maria
sotto i detriti le tue parole con le mie
i tuoi libri accatastati insieme ai miei
Questo è successo il 6 aprile
e il mio primo pensiero è andato a te
ti ho rivisto allegra in casa mia
segnare con lo sguardo
percorsi di poesia
Se tu sei salva sono salva
anch'io
LE INIZIATIVE
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