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Dalla prefazione di Paolo Lagazzi:
A un primo sguardo, Illacrimata sembra incomprensibile. Pochi libri sfuggono così radicalmente a ogni definizione:
cos’è quest’opera svariante da una serie di frammenti lirici ardui come scaglie di un allievo di Celan a rarefatti scorci narrativi
o saggistici, a scene tagliate come dialoghi drammatici ma elusive come messaggi fra iniziati? Cosa lega tra loro il capitolo
ispirato a Benedetto Antèlami a quello altalenante fra un albero, l’Etna e gli antieroi di Verga? Che rapporto intercorre fra
tutto ciò, la libera ricostruzione del processo ad Eichmann e il finale contrappunto di voci fra il Sole, la Luna cristiana e la Luna islamica?
Prima di tentare una risposta a queste domande mi sembra giusto lasciare che la nostra riserva di emozioni fluisca all’unisono
con queste pagine o si senta da esse rimescolata, messa in gioco, provocata, pungolata, ferita.
Come ogni vera artista, Nina Maroccolo è anzitutto una creatrice di linguaggio, e l’obiettivo del suo non è certo quello di fornirci dei percorsi
scontati, piani, tranquilli, agevoli per la nostra pigrizia. Nella sua mente, diversissime suggestioni stilistiche e timbriche si
sono incontrate negli anni per arrivare a comporre quel quid inconfondibile che è una voce.
Non occorre certo uno specialista di vivisezioni per cogliere in questo libro elementi di
classicità antica e di lingua medioevale da Jacopone a Dante,
allusioni all’alta letterarietà neoclassica (l’illacrimata di Foscolo) come allo scabro verismo verghiano o all’espressionismo
novecentesco.
Attraverso un tale intreccio ciò che riusciamo anzitutto a cogliere è l’emergere del mistero e del caos, di alcuni nodi
di senso aguzzi come punte, pietre, rocce, scogli o frammenti d’osso. Queste punte assumono la forma di coppie oppositive,
di parole, immagini o idee in contrasto reciproco: vita/morte, alto/basso, notte/giorno, visibile/invisibile, conoscibile/inconoscibile…
Grazie a queste, e altre, linee di tensione il tessuto testuale si dispiega come un tormentoso incontro-scontro tra
forze lampeggianti e cieche, cosmiche e storiche, sacre e malefiche,
umane e divine…
[...] le parole fiottano come frecce, gridi, invocazioni, squilli, preghiere o paure; s’inarcano e si flettono, si rattrappiscono o s’impennano
per cercare di dire qualcosa che non è contenibile in nessun linguaggio, e che potremmo, forse, indicare come il cuore stesso, infinito del sacro:
il battito insondabile del mondo nel miracolo del suo continuo rigenerarsi attraverso e oltre lo scandalo della morte e del male.
Che la scommessa chiave di Nina Maroccolo sia un tentativo profondamente personale di rileggere il ruolo e il valore
delle religioni, ponendole a confronto con la storia moderna e la sua arsione di ogni fede, ci è mostrato con chiarezza – con
tutta la chiarezza possibile in un’opera di portata esoterica, simbolica e sapienziale – dalla struttura del libro: i due capitoli
estremi, Giunse lo raggio e Lunària, squadernano visioni, domande e parole spesso spinose come la corona di Cristo
abbracciando dall’esterno le due sezioni centrali, Capriccio di Verga e Illacrimata, dedicate a momenti cruciali della modernità:
la “cerniera” tra Illuminismo e Ottocento; la “banalità del male” trionfante nel nazismo.
La modernità come l’autrice la intende è anzitutto il rischio di un’impasse linguistica: se da una parte l’Etna mangia
la voce dell’albero – coscienza inerme di un trapasso storico a cui può solo assistere, anima del mondo in esilio –, d’altra
parte il processo ad Eichmann evidenzia come si possa “morire d’una morte / lessicale”, come, cioè, il linguaggio, strumento
di ogni ideologia, possa distruggere la vita, terribile e ottuso come un’arma senz’anima. Di fronte a questo rischio la coscienza
vacilla, l’essere un “soggetto” umano diventa sempre più arduo, mentre tutto pare votato a consumarci in un “addio”
al nostro nocciolo immortale. Ma è quando il mondo giunge a questa soglia d’ombra, a questa vertigine, che più
limpido, perfino lancinante si fa il compito degli artisti:
nutrirsi fino in fondo di dolore, esplorare tutte le forme di inferno sulla terra, perché solo questa esplorazione
può permettere di ritrovare i semi della bellezza e, in essi, l’irriducibile speranza. Così, come “piccoli Risvegliati” o “fiori di
Loto”, appaiono a uno sguardo giusto i bambini deportati nei campi di sterminio, petali di quell’immenso “Loto d’Oro” che
forse, un giorno, stringerà in un solo fascio di luce le verità, troppo a lungo disperse, delle religioni, degli dei, delle lune in conflitto.
Questo Loto, figura buddhista di pietà, di tolleranza e amore, è il vero punto d’approdo del libro. Per giungervi Nina
ha dovuto compiere un cammino impervio, e con lei i lettori che avranno avuto il coraggio di seguirla.
[...] La sua voce vibra, a tratti, di note potenti, che scavano un lungo solco nel pozzo della nostra anima.
Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata
a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004.
Scrittrice, performer, artista visiva – è curatrice di libri e antologie.
Ha fatto parte della casa discografica CPI (Consorzio Produttori Indipendenti, Firenze), responsabile
dell’Associazione Culturale “Il Maciste”. Ha partecipato a trasmissioni su RAI1, RAI2 ed altre emittenti televisive.
Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999), con prefazione di Alda Merini; Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009),
postfazione di Eleonora Pinzuti; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004); Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova
Cultura 2008), a cura di Fabio Pierangeli; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008), a cura di Marco Palladini; Nitrito d’Argento (Neobar 2009).
È presente in numerose antologie.
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