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Marco Palladini
È guasto il giorno

Edizioni Tracce, 2015
Poesia - collana - Segni del Suono -
a cura di Anna Maria Giancarli
Prefazione di Marcello Carlino
pp. 80 - € 12,00
ISBN 978-88-99101-34-3
Dimensioni cm. 24x17




In copertina: Senza titolo, Ph M. Palladini


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Dalla prefazione a cura di Marcello Carlino:

Stanno qui, io credo, il punto di convergenza e il nodo di smistamento: nella esperienza della declinabilità della parola.
Una strofa in uscita, che dura cinque versi con cadenze infine sentenziose, rende conto della aleatorietà delle risposte possibili alla complessità nella quale siamo irretiti; per il che, se barocco è il mondo, nient’affatto lineare, come asseriva un grandissimo, sarà il linguaggio che usiamo a rappresentarlo e magari a tentare di disbrogliarne il groviglio. Si dice in È guasto il giorno, infatti: «cerchiamo le parole difficili, complicate / le parole dure da comprendere / ché le soluzioni facili davvero non ci sono».
Nondimeno, i testi di Marco Palladini, a vederli nel loro insieme, si segnalano, io credo, per una tendenza alla semplificazione del dispositivo del discorso, che affiora costante nell’opera e ne è come un fil rouge; per tanti che siano i riferimenti alla storia e alla cronaca, e tante le citazioni culturali e letterarie, e tante le chiamate in causa ideologica e politica, l’esplicitezza e l’offerta in chiaro alla percezione e alla comprensione sono i tratti salienti del linguaggio che organizza È guasto il giorno e ne batte i temi.
E allora? Come è da intendere questa che appare sulle prime una discrasia, che quasi ritaglia il profilo di una doppia verità d’autore?
Le cose stanno così, io credo: nel segno di un cortocircuito calcolato e, alla lettera, illuminante. La complessità della parola, che si impegna sulle pagine del libro a parlare la nostra realtà stringentemente complicata, difficile, si spiega con un tendenzioso progetto esecutivo, applicato al genere di argomentazione scrittoria che per convenzione chiamiamo poetica, volendone rimarcare l’alterità fondativa, costituzionale, funzionale (avendo riconosciuto, dietro astrazione storicamente determinata, la complessità antieconomica del funzionamento del suo linguaggio). La tendenza è quella ad abilitare la scrittura in versi, praticata dal versante della sua articolata (complessa) autonomia semantica, quale domicilio e terreno di coltura della contraddizione.
La complessità, scelta al dunque inevitabile dacché scelta di premessa ad una presenza testimoniale risoluta e propositiva nell’esserci delle cose, coincide di fatto con l’assunzione della contraddizione e poi con la conduzione della contraddizione dentro il genere di discorso che, per la sua ragione storicamente istitutiva e quindi per la sua specifica modalità operativa, più è ritenuta in grado di prenderla in carico e più può esserne produttiva espressione. Al linguaggio di specie, ovvero di contesto organicamente letterario, proprio per questo non è fatto divieto di perspicuità e di comunicabilità; se tiene attiva la contraddizione, che è declinazione della complessità, ben vengano anzi le sue “prese dirette”: il risultato sarà quello della dicibilità, della comunicazione della contraddizione, che per Palladini è il potenziale elettivo e la risorsa più ricca della scrittura che conveniamo nel definire poetica.
Il certo è che È guasto il giorno non smette di indicare, magari con l’adjectio della tenacia, e di un testardo voler riessere, il valore in potenza della poesia nonché del teatro, che anche qui, come sempre in Palladini, procedono appaiati; e il certo è che la contraddizione su queste pagine passa e ripassa la sua spola e frequentissimamente è di stanza, tanto da organizzare financo il titolo di una pièce. Cosicché, se dovessi pensare ad una giunta onomastica per il frontespizio del libro, preceduto da un ovvero, il meglio sarebbe, io credo, qualcosa come della possibile dicibilità della contraddizione.

“... Lo spazio cognitivo del reale non mette a fuoco
l’identità del me stesso più profondo
Mi esploro, mi svuoto, mi rendo conto
che qui non c’è ritorno
È guasto il giorno”.

Marco Palladini, nato a Roma, è scrittore, poeta, drammaturgo, regista, performer e critico nell’ambito del teatro d’autore e di ricerca.
Ha scritto e allestito una quarantina di testi, spettacoli e performance teatrali e poeticomusicali.
Tra le ultime pubblicazioni:
Teatro: la trilogia
Destinazione Sade (Arlem, 1996, ebook nel 2009 in www. cittaelestelle.it); il dramma Serial Killer (Sellerio, 1999); il dittico La Pietra e la Croce (2010, ebook in www.mirkal.blogspot.com).
Poesia: il cd poetico-musicale Trans Kerouac Road (Zona, 2004); le raccolte in versi
Iperfetazioni (Zona, 2009); Il mondo percepito (Le impronte degli uccelli, 2010); Poetry Music Machine (libro+cd, Onyx Editrice, 2012); Attraversando le barricate (Robin Edizioni, 2013).
Prosa: il libro di racconti
Il comunismo era un romanzo fantastico (Zona, 2006); il memoir narrativo Non abbiamo potuto essere gentili (Onyx, 2007); il volume critico I Teatronauti del Chaos - La scena sperimentale e postmoderna in Italia 1976-2008 (Fermenti, 2009); Chi ha paura dei manovratori? – Zibaldone incerto di inizio millennio 2000-2010 (Zona, 2011).
È direttore di “Le reti di Dedalus” (www.retididedalus.it), web-review del Sindacato Nazionale Scrittori. In rete si trovano numerosi suoi testi, nonché video e audio-file.
Ha realizzato nel 2013 (con I. La Carrubba) il videofilm
Fratello dei cani (Pasolini e l’odore della fine).