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Lamberto Pignotti
Atlante allegorico

Edizioni Tracce, 2014
Poesia - collana - Segni del Suono -
Postfazione di Aldo Mastropasqua
pp. 88 - € 11,00
ISBN 978-88-7433-881-8
Dimensioni cm. 24x17




In copertina: Lamberto Pignotti, Iper-rebus, particolare, 2013


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Per abitudine non vado a far leggere o a far vedere ciò che ho fatto il giorno prima: mi piace farlo sedimentare, consumarlo gradualmente, verificarlo a una certa distanza, giudicarlo col senno di poi, e al momento opportuno dargli il via (in o out). Basta ritrovarlo… Ritrovarlo accatastato nel cartaceo era pur sempre alquanto arduo ma insomma suscettibile di buon fine; il computer ha notevolmente intralciato il mio usuale modo di procedere.
Quando Anna Maria Giancarli mi ha affettuosamente chiesto se avevo del materiale da darle per le sue “Tracce”, ho subito accettato con entusiasmo dicendole che, sì, il materiale lo avevo, pensando però che avrei avuto non poche difficoltà a mettermi sulle “tracce” di ciò che nelle carte seguenti è andato ad assumere l’identità di un Atlante allegorico, raffigurato qui con poesie e scritture verbovisive, in parte disperse in sedi svariate, posteriori al 2006, quando è uscita da Manni la mia raccolta Eventi diversi.
Intersecano le ”mappe” di questo Atlante alcuni Rebus degli Anni ’70, “rebus” assai eterodossi e spaesati, e certi recenti Iper-rebus, ancor più eterogenei e manipolati, i quali tendono a fare da contrappeso visivo al versante più specificamente poetico. Ma si tratta di mera contiguità: a forza di bazzicare “atlanti” e “allegorie” viene naturale vedere le scritture e leggere le figure…

l.p.


Dalla postfazione di Aldo Mastropasqua:

Pignotti: una ricerca nella transizione

Da molti anni, ormai, e si potrebbe dire, senza tema di essere smentiti, ab initio, la ricerca di Lamberto Pignotti si muove pendolarmente tra scrittura e immagine. Detto questo, è quasi come non avere detto niente: la contemporaneità e segnatamente quella zona di ricerche complesse che denominiamo modernismo e avanguardia, che sembrano - per quanto lo si voglia negare accanitamente - assai lontane dall’aver perso la loro spinta propulsiva, è stata costantemente contraddistinta dalla complessa contaminazione di codici espressivi di natura differente.
Ma la particolarità del percorso ormai alquanto lungo compiuto da Pignotti, a partire almeno dalla fondazione, insieme ad Eugenio Miccini e ad altri scrittori, artisti e musicisti nell’ormai lontano 1963, del Gruppo 70, è stata quella di non aver mai rinunciato a praticare sia l’ibridazione dei linguaggi con le scoppiettanti e provocatorie invenzioni della poesia visiva, sia la poesia cosiddetta “lineare”, intesa non tanto nella sua accezione classica e canonica - nonostante l’intensa frequentazione del giovane Pignotti dei poeti ermetici e postermetici ancora di stanza nell’ormai sonnolenta Firenze degli anni Cinquanta del secolo scorso - quanto invece secondo un’astuta strategia di disturbo e di provocazione del luogo comune della poesia “pura”, orfica ed ermetizzante, o di quella “neo-crepuscolare”, sentimentale e autoconsolatoria, o ancora della neorealista ingenuamente “impegnata”. Strategia di disturbo, questa, che si accompagnava sia al fiancheggiamento del Gruppo 63, organizzazione di neoavanguardia alla quale - a differenza di altre formazioni storiche - non ci si “iscriveva”, che all’elaborazione teorica di un rapporto sempre più stretto e cogente tra scrittura e immagine, indispensabile a una pratica artistica che fosse anche critica in atto e demistificazione delle ideologie dominanti, ideologie veicolate tanto attraverso il segno grafico che attraverso il segno verbale, in un’ibridazione già in rebus, nella realtà italiana di quegli anni, imposta dai persuasori occulti delle nascenti campagne pubblicitarie dell’epoca del boom. Se la “poesia tecnologica” (questa la formula coniata dai teorici del Gruppo 70) si nutriva dei codici dei mass media - sia di quelli lineari che di quelli visivi - rovesciando il senso dei messaggi attraverso un’ironia graffiante e spesso metafisica, la produzione “lineare” di Pignotti sembra invocare continuamente quel rapporto con l’immagine che la scrittura letteraria troppo spesso sottovaluta o dà banalmente come scontato. Anzi, come accade nella breve suite poetica. Di una transizione, la linearità del testo, la sua apparente innocuità e piattezza servono a nascondere un sottofondo assai insidioso, un vero sberleffo all’impotenza del linguaggio letterario corrente che si alimenta di stereotipi linguistici e riveste, come un abito ormai fin troppo liso, schemi poetici usurati ormai da rottamare e strutture narrative stantie e già in decomposizione. [...]


Lamberto Pignotti è nato a Firenze nel 1926 e vive a Roma.
Ha insegnato all’Università di Firenze e al DAMS dell’Università di Bologna.
Ha pubblicato libri di poesia, narrativa, saggistica, antologie, poesia visiva.
Fondatore a Firenze, con altri poeti, artisti, musicisti e studiosi del Gruppo 70 nel 1963 , successivamente ha partecipato alla fondazione del Gruppo 63.
La sua scrittura verbovisiva attinge in maniera critica e dissacrante a vari codici iconografici dei media – pubblicità, moda, fumetti, francobolli, carte da gioco, rebus… – e procede, anche mediante le sue performance, rapportando segni di diversa provenienza: verbali, visivi, del gusto, dell’olfatto, del tatto.
Come poeta visivo e sperimentale è incluso in varie antologie italiane e straniere ed è trattato in libri di saggistica e consultazione.
Ha collaborato assiduamente a giornali quotidiani, a programmi culturali della RAI, oltre che a varie riviste italiane e straniere.
Una vasta monografia curata da Martina Corgnati per l’editore Parise di Verona nel 1996, contiene fra l’altro una bio-bibliografia generale e un’antologia critica con scritti di 48 autori fra cui Dorfles, Argan, Eco, Bonito Oliva, Quintavalle, Barilli.
Recentemente sono apparsi altri tre estesi volumi monografici accompagnati da mostre personali: Galleria Armanda Gori Arte, Prato, “Gli Ori”, 2008; “Fondazione Berardelli”, Brescia, 2010, e CSAC, Università di Parma, Salone delle Scuderie in Pilotta, “Skira”, 2012. Nel 2011 è stato pubblicato un suo libro di poesie visive, “Versi sinottici”, Peccolo, Livorno, e un volume di saggi, “Scrittura verbovisiva e sinestetica” (con Stefania Stefanelli), Campanotto, Udine, che ripercorre teoricamente e criticamente il complesso rapporto che dall’inizio del 900 e fino a oggi intercorre nelle arti fra parola, immagine e altri sensi.
È del 2013 il volume verbovisivo “Ricostruzione dell’universo futurista” pubblicato da Vallecchi di Firenze in occasione del centenario di “Lacerba”, la rivista che lo stesso editore iniziò a stampare nel 1913.