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Dalla postfazione di Paolo Gambescia:
Questo libro è scritto per amore. Marianna Di Nardo ama
la sua terra. Di un amore che la tragedia ha reso viscerale. Che
ha radici antiche. Quella di una famiglia solida, tosta. Ma con
una grande forza sentimentale.
Qualche storico autorevole, come Costantino Felice, dopo
il terremoto ha sostenuto che non esiste un problema di identità,
di diversità della gente d’Abruzzo. Parla di stereotipi di
natura letteraria. Non filius loci, dunque. Ma chi ha mai detto
che gli abruzzesi sono diversi quasi per carattere genetico?
Però ci sono tempi, momenti nei quali si manifestano alcune
qualità che la storia ha fatto emergere. La natura del territorio,
la cultura, la necessità del distacco per cercare lavoro, le vicende
politiche, le contraddizioni economiche hanno contribuito
a creare un sistema di relazioni interpersonali. A strutturale
una comunità che reagisce agli eventi, soprattutto quando
sconquassano non solo i luoghi ma il sentire, in un modo tutto
suo. Raccontarlo non è dar spazio all’enfasi.
Appunto. Questo libro è un libro senza enfasi. È una storia
colletiva raccontata a più voci. Distinte. È semplicemente la
storia di una tragedia narrata da chi, allo stesso tempo, è stato
terremotato e per professione ha dovuto aiutare se stesso e gli
altri. È il pregio, e forse anche la singolarità, del libro.
Sul terremoto si è scritto molto. Nell’immediatezza degli
eventi con più emozioni. Dopo con riflessioni, denunce per
quello che doveva essere fatto e non è stato fatto, interrogativi.
Marianna Di Nardo facendo parlare uomini e donne che
quella notte erano, insieme per vita quotidiana e per lavoro,
dove la terra tremava, ha scritto come la trama di un film.
Terribile. Nei racconti c’è non solo il ricordo del vissuto, ma la
sintesi che in ognuno dei protagonisti della vicenda è rimasta.
Quello che non si cancellerà. Il dolore e la speranza. L’impotenza
e la forza. Perché coloro che parlano, a L’Aquila vivevano
e lavoravano, a L’Aquila vivono e lavorano.
Vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri, militari, sanitari che
avevano spesso sotto le macerie genitori, mogli, mariti, figli e
parenti. Non soccoritori arrivati, per forza di cose dopo, ma i
protagonisti per necessità del primo minuto.
Se fosse avvenuto altrove sarebbe stato lo stesso? Certo.
Eppure a leggere queste testimonianze si scopre un modo particolare
di affrontare la catastrofe. È una questione di modo di
vivere, di intendere il valore della vita, la responsabilità del lavoro.
No, non questione di identità, ma legame di comunità.
L’Autrice di questo
voleva parlare. Da aquilana. Per lasciare ancora una traccia,
per quelli che verranno, di giorni terribili vissuti da gente che
scavava a mani nude. E aveva gli spilli al cuore.
Non è la retorica dell’Abruzzo “forte e gentile”. È una semplice
cronaca che chiede attenzione e rispetto per chi ha fatto
fino in fondo il proprio dovere. Con gli spilli nel cuore.
Marianna Di Nardo nasce il 9 gennaio 1980 a L’Aquila. Si diploma al Liceo Sociopedagogico e successivamente frequenta
l’Università degli studi di Teramo dove si laurea in Scienze della Comunicazione - indirizzo Comunicazione Politica -
con il Prof. Paolo Gambescia.
Nel dicembre 2008 consegue il Master di II° livello in “Parlamento e politiche pubbliche” presso la LUISS Guido Carli,
a cui fa seguito uno stage di 6 mesi con l’Agenzia di Stampa DIRE. Il testo “Mani nude e spilli al cuore” è la sua prima esperienza letteraria.
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