Nicoletta Di Gregorio
Il respiro dell'ametista

Edizioni Tracce, 2008
Poesia
pp. 44
€ 8,00
ISBN 9788874335244
Dimensioni 24x17

 


In copertina: Rossella Circeo, Cattedrale, 2007,
maiolica,
cm 50x50








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Dalla Presentazione di Walter Mauro:

Il viaggio conoscitivo che Nicoletta Di Gregorio sviluppa attraverso una sequenza che obbedisce fedelmente alle varie stagioni del cuore che via via va percorrendo - e ripercorrendo, perché dolenti ritorni definiscono con più insistenza il trauma esistenziale che si cela e si disvela perpetuamente - tutto questo fornisce la poesia di Nicoletta di un sostrato di innocenza e di stupore che per intero appartiene alla prassi della poesia. Quella preziosità vergine della pietra che sorregge fin dall'avvio il confronto duro implacabile, ma evidente e naturale, tra finitudine e infinito, con la finitezza a far da sicuro raccordo all'intero traslato poetico, è riprova e conferma della necessità di costruire una unità tematica vera e compiuta, perché su tale base sia poi lecito e possibile costruire l'edificio dello sdegno e della protesta. È infatti proprio la triade di cui si diceva a svolgere il ruolo di antefatto consapevole e accertabile, al momento stesso in cui il culto della memoria serve a far scattare segmenti imprevedibili di dolore e di pena che si immettono con carnale consistenza nel tessuto centrale del discorso. Sono gli oggetti, con la loro connaturata presenza evocativa, a far scattare i segmenti della natura e della ricordanza: ed ecco allora che i bimbi dell'Ossezia, via via nel corso del viaggio, configurano una realtà immutabile e in divenire nel contempo, perché la biblicità del respiro poetico si muove all'unisono fra linguaggio e dilatazione del discorso poetico: una densità che risponde a pieno all'obiettivo dell'affondo umano che non può eludere il viatico della pietà. Quest'ultima, via via che snoda il discorso, si vela e si sostanzia di una serie verificabile di verità totali che appartengono totalmente, in termini di compiuta risolutezza, alle radici stesse dell'umano che non può sottrarsi al verdetto della coscienza.
Una così profonda, radicata consapevolezza si muove necessariamente e, traumaticamente, trai limiti dell'uomo e l'infinita drammaticità dell'essere e del transitorio divenire. Al fondo, la verginità dell'innocenza, e qui, nella resa della lingua poetica, Nicoletta tocca e raggiunge vertici di rilevante pienezza che risolvono il contatto fra la brutalità dell'uomo e la tangibilità di una natura che esce vincente, in taluni frangenti trionfante, dal duro confronto con la crudeltà dell'uomo.
Tutto questo non preserva la parola dalla disumanità della strage che tocca l'innocenza, la rende dolorosamente matura e cosciente: è allora che il destino della parola poetica si sgancia dalla miseria degli uomini per elevarsi a simbolo di una tangibilità che la consacra e ne difende i valori assoluti. Le vittime crescono e si ingigantiscono via via che la parola le sacralizza: soltanto una lingua asciutta ed essenziale, tuttavia fondata sul consapevole dosagigo dei suoni e delle armonie, avrebbe potuto ricreare appieno ilo momento del congedo dalla vittima, all'attimo sacrale in cui si lascia il terreno contesto per lanciarsi verso gli spazi dell'infinita memoria: per questa ragione va ricordato e, meritatamente valutato, il testo nel suo significato autonomo e indipendente: serve ad attribuire ancor maggiore significato alla tragedia che fa da sfondo all'evento. Le innumeri vittime della Storia ne emergono esaltate e coperte di religiosa pietà.





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