Mira Colangelo
Vivere contro

Edizioni Tracce, 2010
Narrativa
pp. 288
€ 16,00
ISBN 978-88-7433-479-7
Dimensioni cm. 21x13


In copertina: Angelo Colangelo, Sentiero praticabile



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Dalla premessa di Vito Moretti:

Curva ai nodi inesplicabili dell’esistenza e attenta alla ventura psicologica del tempo e dei destini, la narrazione di Mira Colangelo si propone di svolgere una diagnosi critica delle insofferenze e dei disagi che lacerano le coscienze e di fornire una analisi persuasiva di quelle dimensioni in cui la volontà e il disinganno, l’affermazione e la smentita, l’istinto e la ragione si fanno talvolta via di consapevolezza e di conoscenza, altre volte di opportunità e di indugio, e, altre ancora, di redenzione e di trascendimento.
Il romanzo è la vicenda di un’anima (quella del protagonista, Tito) che, nella sua concreta esperienza di uomo, di marito e di padre e nella sua ordinaria quotidianità, scopre la presenza del male, i segni della provvisorietà che marcano il presente, l’ineluttabilità della decadenza e la solitudine, il silenzio che assedia le dimore e i luoghi di ciascuno. E, mentre trova che tutto si piega al «tormento» della vita, egli si concede anche all’ansia della comunicazione, all’amore, all’ascolto che certe volte risarcisce, al linguaggio che traduce sempre l’intera gamma del possibile.
Tito Ramoni è uomo ben fornito di esperienze, con i suoi quarant’anni ormai compiuti. È giunto diciassettenne a Torino dalla lontana Sicilia e nel capoluogo piemontese, dopo svariati lavori, inizia a frequentare le scuole serali con il proposito di elevarsi culturalmente e socialmente. E un giorno, di ritorno al suo alloggio, in via Cittadella, scorge il manifesto-bando dell’Arma dei Carabinieri e decide di arruolarsi; nell’Arma compie la sua carriera, arrivando ai gradi di ufficiale. Sono gli anni caldi e tumultuosi del Sessantotto e della contestazione giovanile e, poi, della “strategia della tensione”, delle bombe, del brigatismo rosso, del “caso Moro”.
La Storia, così, entra nella vicenda del protagonista e ne infittisce la trama: una storia che è sequenza interlocutoria e che informa costantemente di sé il filo disperante e seriale dei fatti, a partire dall’eccidio di Portella della Ginestra – il I maggio del 1947 –, in cui muore anche la sorella di Tito, alle scelte drammatiche del figlio ventenne, Edoardo, che s’incammina con Zena – la fidanzata – sulla via dell’eversione e dell’utopia rivoluzionaria e che muore ancor giovane per mano dei suoi stessi compagni.
Una storia, dunque, che rimette sempre in giuoco tutto e che anche sancisce, in un certo senso, il fallimento delle volontà; una storia che non appaga e che non dismette il proprio carico di dolore, e che è speculare – si può davvero dire – del «vivere contro» di Tito (il quale «Prova un gusto duplice. Il piacere di disfare e l’orrore del disfatto»), o di Lia, la moglie («Non era che niente, questa […] la verità. Aveva toccato tanti luoghi e non era di nessuno »), o delle altre figure che vengono via via chiamate a comporre il freddo orizzonte del protagonista (il cui agire, appunto, è come il suo stesso fumare: «Malato, esagerato, voluttuoso»), cioè Tilde, Irene, Vanda, Magda, Betta e, soprattutto, Emma, la donna del corso serale, fatale ed evanescente, prevedibile e «senza intralci».
Eppure, mentre tutto precipita verso il suo epilogo (che è epilogo di morte, giacché anche Tito muore), Lia – pur ferita nell’amore di madre, pur incompresa nel ruolo di moglie, pur trascurata e respinta nelle vesti di donna –, Lia – piccola creatura che «abita il precario con disgusto» – trova la forza del cuore, la forza – cioè – che le dà l’energia giusta per reagire, che le rinnova il desiderio di ripristinare il senso regolare e limpido delle cose e che le rinvigorisce l’impulso a riconciliarsi con il buono di noi stessi e del mondo; così, dopo tanto soffrire, si concede tutta a Zena e al figlio che la giovane ha nel grembo e che forse non è neppure di Edoardo: è la vita che, rotti i legacci del male, dell’effimero e della bruttura, torna ad essere pienamente se stessa, a farsi dono e salvezza.