
In copertina: Vittorio Paradisi, Terrazza
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Dalla prefazione di Walter Mauro:
La raccolta poetica di Massimo Tellini e Maria Grazia Chiarini dimostra che ancora nel Terzo Millennio
ci sono autori che dedicano il loro sguardo delicato e profondo alle cose del mondo, cercano di toccare i
sentimenti del lettore con intensità e disponibilità verso quelle che potrebbero essere le sue stesse
richieste esistenziali. Basta guardare alla titolazione per cogliere il significato di questa loro
iniziativa artistica: gli autori, lo si percepisce al primo impatto, vorrebbero penetrare in lungo e largo
nei meandri del tempo e dello spazio per ascoltare bene il cuore dell’esperienza e delle sue magmatiche
diramazioni, dialogare all’infinito su i temi cui, proprio in ragione del tempo che ci confina, non
possiamo che dare una risposta limitata e limitante. Ci troviamo, allora, non solo di fronte ad una
ispirazione comune ma anche al tentativo di mettere insieme due linguaggi e due modi di vedere se stessi.
Due modi per esprimere la propria interiorità.
Si nota, così fin da subito una voglia di comunicare che non rinuncia alla propria specificità, che prova ad “urlare”,
forse alla maniera della beat generation, ma pure a restare in disparte come ben sapevano fare i crepuscolari.
S’introducono, a volte, ritmi brevi, a volte armonie (o disarmonie) più vaste, complesse. La poesia è come la tela
di ragno che si estende in territori sconosciuti con la sicurezza e le certezze che richiederebbero sforzi notevoli
e grande coraggio per chiunque. Sono questa conoscenza, sono taluni particolari che accrescono la consistenza del
contenuto, delle riflessioni che, spesso, fanno risuonare sottili sensazioni in un personalissimo controcanto in
un segreto desiderio di narrare la propria “come tutta la condizione umana”, di dare una situazione, nel suo piccolo,
irripetibile.
Ciò che colpisce, ad ogni modo, sempre, è la vibrazione suadente delle parole, il loro voler sfuggire ad un
vocabolario preciso, per assumere la forma di un momento lirico alternativo, una specie di “attimo fuggente”.
È forse la capacità di aderire agli istinti, alle intuizioni che fa di questa loro proposta poetica un modo spontaneo
e, per certi aspetti, molto rigoroso di rivolgersi alla realtà. Ci viene da pensare che gli autori, superando un
certo individualismo non privo di fascino che caratterizza la loro scrittura, sperino che la poesia, tutta la poesia,
sia meglio compresa nelle sue multiformi potenzialità e renda più facile l’incontro tra uomini che vivono un’epoca
di profonde lacerazioni, di gravi difficoltà e contraddizioni sotto ogni profilo. Se, però, lo scetticismo impera,
se assistiamo al declino di molte antiche speranze, rivolgiamoci, almeno, sembrano dirci, al “dialogo poetico” per
alimentare qualche sincera e, perché no?, generosa illusione.
Walter Mauro
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