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Dal primo capitolo del libro, "Canto per il futuro":
[...] Le città non sono oggetti inanimati e fungibili. Alle città tocca di raccontarci e garantire che non siamo
soli nel gelido vuoto del tempo, che altri prima di noi hanno compiuto la faticosa traversata dal nulla verso
il nulla, che altri dopo di noi seguiteranno. Se anche le città muoiono, che fine fanno le nostre connessioni
con il passato e il futuro? Niente dura, ma le città devono durare.
Quando esse muoiono, portano con sé nel nulla le impronte di quelli che fiduciosi vi si erano trattenuti e che
adesso subiscono il piú terribile dei tradimenti: l’ablazione completa definitiva e irreversibile della memoria di
quelle traversate in cui essi s’erano avventurati e per virtú delle quali essi avevano osato sperare nella
durevolezza d’una qualche loro orma.
[...] Dopo la Cornata delle Tre e Trentadue della breve notte tra il 5 e il 6 d’Aprile è venuta
la Gran Cornata della lunga notte che tuttora dura e durerà. Alle prime luci dell’alba del 6 Aprile, a piedi, con
il passo rapido e affannoso dell’incertezza angosciata, ci incamminiamo verso il cuore della città. Ognuno di noi
«andava in cerca dell’alba e l’alba non esisteva». Ognuno di noi, della città «il suo bel corpo cercava e trovò
il suo sangue aperto». Ognuno di noi pensava «non voglio vedere il sangue d’Ignacio sopra l’arena». Eppure,
ognuno di noi diceva «altro qui non desidero che gli occhi spalancati per veder questo corpo senza requie possibile».
Ognuno di noi vedeva che «è la pietra una fronte su cui gemono i sogni». Ogni pietra sconnessa o sbriciolata gemeva
i sogni sognati e quelli che mai piú sarà possibile sognare.
L’Aquila era «paradiso chiuso per molti, / giardini aperti per pochi», una magia da conquistare con passione
diligente. In questo secolo di nani e illusionisti, nessuno la rimetterà in piedi, nessuno la richiamerà in vita sul
suo antico tessuto di strade e piazze, salvandone il salvabile e reinventando gloriosi volti nuovi per i suoi volumi
disegnati dai secoli, nessuno rianimerà i suoi spazi con l’allegria dei mercati, delle botteghe e degli artefici di
bellezza.
Errico Centofanti è stato tra i fondatori del Teatro Stabile dell’Aquila, alla cui direzione ha concorso dal 1963
al 1982. Per il Comune dell’Aquila ha ideato nel 1983 Perdonanza Festival, del quale è stato Soprintendente
fino al 1992. È stato docente di storia del teatro all’Accademia Sharoff di Roma e alla Scuola di Cultura Drammatica
dell’Aquila, della quale è stato anche direttore. Insieme con Andrea Vitali, ha ideato e diretto i festivals
internazionali “Urbino Rinascimenti”, per la città di Urbino dal 1995 al 1997, e “Castel dei Mondi”, per la città
di Andria dal 1997 al 2000. È stato direttore artistico della rassegna di spettacolo “Il Suono di Dante” per il
“Settembre Dantesco” di Ravenna (dal 1998 al 2007), e del festival internazionale collegato allo “Sposalizio del
Mare” di Cervia (dal 2001 al 2007). È socio fondatore e ha fatto parte del Consiglio d’Amministrazione della Società
Aquilana dei Concerti. Ha curato e cura progetti culturali internazionali in Italia ma anche in Australia, Canada e
Est europeo. Dal 2005 cura la direzione artistica delle Giornate Dantesche del Canadian Centre for Italian Culture
and Education di Toronto. Autore di saggi e opere narrative per diversi editori e periodici specializzati, collabora
a testate italiane e straniere, di rilevanza nazionale.
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