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Andrea Cati
Quattro movimenti

Edizioni Tracce, 2011
Poesia
Fondazione Pescarabruzzo
"Giovani Scrittori"

pp. 72
€ 10,00
ISBN 978-88-7433-774-3
Dimensioni 13x21 cm

 


In copertina: Foto di Nicolò Triacca




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Dalla prefazione di Alessandro Moscè:

La poesia di Andrea Cati è un singolare esempio di tradizione lirico-narrativa dai risultati sorprendenti. Le ragioni della “bruciante” prova sono prevalentemente due. Il giovane pugliese racconta e inquadra frammenti di vita quotidiana con una tensione che fa pensare al Novecento di Saba, Caproni e Sereni, che amavano distinguere i luoghi e i loro “movimenti”, il loro rapporto diretto fatto perfino di coordinate geografiche tra immagini e compresenze. Questa poesia è concreta, terrigena, ma allo stesso tempo (ecco il secondo aspetto) conserva molti degli archetipi della letteratura che il nostro tempo tende frettolosamente e colpevolmente a dimenticare.
Tra tutti il senso inesausto della memoria, come in Un pomeriggio a mare (“Corpi alla deriva restituiti / da una memoria di onde / pronte ad allagare / il mio vecchio scantinato / lo sguardo che disegna / un’altra barca, un altro viaggio / oltre gli scogli, verso le identiche rotte / tra il serramanico e una carezza / appena iniziata”) che rievoca un sentimento e lo distilla in sequenze visive ben delineate, in improvvise visioni atemporali. L’articolazione dei registri espressivi conserva un “giro di parole” mai speculativo né sottrattivo. Andrea Cati mantiene un equilibrio tra il detto e il significante nascosti dietro le immagini che lo colpiscono a freddo. Il passato lascia tracce nel presente e rivive attraverso umili gesti, piccoli, sostanziali rituali. Un paesaggio urbano e marino illimitato (e quindi da esplorare), si para davanti a Cati, che lo attraversa a piccoli passi. Come per un’endogena inclinazione a cercare oggetti e volti prima di ogni altra cosa, tra luci e ombre diurne e notturne, queste percezioni sono l’occasione per ripensare un’esistenza non individuale, ma collettiva, di tutti: “Aiutatemi voi a pronunciare le cose / a percorrerle adagio, a partecipare / al decollo e la discesa verso l’intima / linea che dà forma a queste strade / per amare lo spazio che s’apre ai vostri lampi / e tra le didascalie di uno sguardo - distante un bacio - / recuperare questo cammino che mi ha fatto uomo”. L’altro non è mai una figura estemporanea, e anche se questa poesia segue per lo più le peregrinazioni dell’io, finisce per “consultarsi” con un’anima più vasta e accogliente che sembrerebbe attraversare di continuo le strade, i rioni, le case. È un’esplosione di sensitività quella che circonda i corpi, rabdomanti di un’eco che attrae “in una terra che ci innamora”. Questa è, in effetti, anche una poesia d’amore, che però sfugge alla retorica del sentimento comune. Non ha nulla di edulcorato, ma vibra di “umana coscienza”. Un amore come fattore conoscitivo, come distensione e tenerezza verso la donna, simbolo di carnalità e spiritualità. Elementi autentici si irradiano in ciò che semplicemente viene chiamata “vita”.
Ai poeti resta da fare la poesia onesta, diceva Saba. Senza presunzione e patetismi. Senza viltà e infingimenti. Andrea Cati attua un programma che non esibisce nulla, ma aderisce ad una richiesta altrettanto specchiata: quella di chi scrive in uno stato di necessità e sa bene che il verso chiama ad un dovere senza clamori. La parola è plasmata da un riconoscimento interiore che rifiuta il mentalismo autartico di certe tendenze recenti o quel formalismo che spesso risulta appiattito su formule asettiche. La lingua, in questo caso, ha uno spessore e una durata, essendo la direttiva dello spazio-tempo nella quale il poeta si muove intersecando le due dimensioni. E cerca un’armonia con il mondo proprio a partire da quella “umana coscienza” alla quale si alludeva. La poesia si fa anche racconto di qualcosa che accade nello smottamento interiore, ed abita una grazia. Una visione medianica si impossessa di Andrea Cati e lo porta a perlustrare questa realtà fragile ma resistente. Insomma, siamo di fronte al riconoscimento di un atto di volontà del nostro esserci (“qui e non altrove”, avrebbe detto Franco Scataglini). La misura e il raggio di questa poesia hanno un’apertura alare che comprende la complessità dell’esistenza come simbolo assoluto e insostituibile. Non c’è alcun rifugio consolatorio nei versi, ma la legittimazione dell’interrogativo che definisce territori intesi appunto come luoghi concreti e come istanze linguistiche dove si svolge “l’esistenza mortale”. In questo meandro infinito una partecipazione, un dividere con le persone, sancisce la preghiera laica della poesia.
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Andrea Cati è nato nel 1984 a Cisternino (BR). È laureato in filosofia all’Università di Bologna e di Chieti. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, organizzando reading e incontri letterari con i maggiori poeti contemporanei. Sue poesie e profili critici sono stati pubblicati all’interno di quotidiani nazionali e riviste specializzate.
Ha ottenuto riconoscimenti in diversi premi letterari, tra i quali il “Laudomia Bonanni”, “Mario Luzi” e “Città di Penne”.
Nel 2009, in seguito alla vittoria del premio “Fortunato Pasqualino”, è uscita la sua prima raccolta di poesie
Eppure io mi innamoro, con prefazione di Davide Rondoni.
Attualmente vive a Pescara, cura la rubrica di poesia
Realpoetik per il Quotidiano d’Abruzzo e scrive sulle pagine culturali del settimanale La Domenica d’Abruzzo.




La Fondazione Pescarabruzzo intende incoraggiare e valorizzare la scrittura poetica dei giovani. Allo scopo, ha promosso una collana editoriale per opere inedite, che consiste nella pubblicazione in volume dell’opera di poesia di giovani poeti, anche esordienti, selezionata annualmente in collaborazione con la direzione editoriale della Cooperativa Tracce a r.l.
Con l’iniziativa si intende offrire ad un vasto pubblico qualche significativa proposta della scrittura poetica delle ultime generazioni, nell’ambito della poesia italiana della nostra epoca. L’ambizione è solo quella di rendere una testimonianza dell’irrequietezza contemporanea, dell’ansia dei giovani, delle loro incertezze, delle loro paure, delle loro speranze e dei loro sogni: piccoli frammenti del futuro di noi tutti.

Nicola Mattoscio
(Presidente Fondazione Pescarabruzzo)